Ahmedabad, Gujarat. Due giorni intensi, immagini impresse a fuoco nella memoria, per sempre probabilmente. Siamo partiti contenti di andare a esplorare finalmente una parte nuova dell’immenso paese e quello che abbiamo visto dobbiamo ancora elaborarlo.
Come la coniughiamo la nostra felicità di giovane coppia abbracciata sul sedile di un rickshaw che avanza a scossoni sotto il muro d’acqua delle prime piogge monsoniche con la devastante povertà che si dispiega ai bordi del viale che percorriamo? Che coscienza hanno, gli uni degli altri, le donne che lavano i panni sul marciapiede e i businessman nella sala d’attesa dell’aeroporto? Che posto troviamo per il fango del mercato ortofrutticolo e per le insegne ultramoderne dei mall. Ci sia concessa l’ovvietà retorica, ma i contrasti visti e vissuti ci hanno travolto. Ahmedabad è l’India profonda e contemporanea, e di questa ha tutti, ma proprio tutti, gli idiosincratici tratti.
Il nostro albergo è una casa patrizia, una haveli di inizio secolo ristrutturata, che parla di Raj, di commercio dei tessuti, della Manchester dell’India, ed è immerso in un’atmosfera degna del Grande Gatsby, in cui si riescono facilmente ad immaginare i membri della famiglia ritratti alle pareti in fotografie color seppia degli anni ’20.
‘Fancy a nice cup of cha, darling?’ Sembra il set perfetto per un’ indagine di Poirot.
Mangiamo samosa e hummus ascoltando il rumore della pioggia incessante che ci arriva attutito al di là dei blind di bamboo. Poi qualche raggio di sole filtra dalle finestre e decidiamo di andare a visitare i pozzi di Adalaj. Attraversiamo il ponte sul Sabarmati e passiamo accanto ad una enorme, inquietante centrale elettrica alla Simpsons, gestita da una compagnia australiana, per poi imboccare una grande arteria ai margini della quale la vita pulsa frenetica in forma arcaica e in totale povertà. Bambini seminudi, ripari improvvisati fatti con teli di spessa plastica blu e pali di legno, cumuli di carbone, turbinii di polvere, cani che si abbeverano a pozzanghere di acqua scura e vacche che ruminano. Odore di urina e spezie che ti sorprende a folate. Dopo mezz’ora, una svolta a sinistra, la strada si fa stretta tra due file di improbabili negozietti e si avanza a fatica in un traffico di biciclette, muli e carretti. Alla fine della via uno spazio aperto nella pianura, nel nulla assolato, un tempio, una piccola insegna in sanscrito. E’ qui, in quest’ambiente da Mad Max, seminascosto alla vista, questo pozzo scavato nella pietra 7 anni dopo la scoperta dell’America. E’ un ambiente magico, grandioso, frutto di un imponente lavoro certosino che ha intagliato gradinate, ballatoi e gallerie di forte impatto e armonia. Fotografiamo le arcate, nell’illusione di conservare anche la sensazione del momento, tutti sudati nell’umidità soffocante e circondati da sparuti gruppi di turisti indiani. E’ uno scontro ulteriore con la consapevolezza che il progresso, la civiltà, l’arte e il bello non procedono linearmente lungo il vettore della storia.
Lunedì mattina ci alziamo presto per addentrarci tra le strade della città vecchia prima che il caldo si faccia insopportabile. Muniti di mappa e di lettori mp3, che ci descrivono quello che vediamo, abbiamo purtroppo l’impressione di essere, ed apparire, nuovamente come marziani, a cui è dato il privilegio di guardare, ma forse non di comprendere.
L’albero della vita orna, nel suo superbo intaglio di pietra, l’arco acuto della moschea davanti all’albergo, sembra aspettare il ritorno del re nella città sotto assedio delle truppe di Mordor…
Procediamo a ritroso nel tempo, più i vicoli si fanno stretti e più si dispiega inaspettata e sorprendente la vita di un comune medievale: una donna e un bambino caricano di sabbia il basto di un asino, sull’uscio di un negozietto di argenti un giovane è intento a far quadrare su un foglio bianco una complicata contabilità. Lo spiazzo della moschea maggiore ricorda la Jama Masjid di Delhi, ma è sul retro che gli incontri si fanno straordinari. Tre donne riposano accovacciate sui ciarpaj mentre alcune capre si muovono lente attorno a loro. Ridossati all’ombra del muro di cinta della tomba del sultano Ahmed Shah, due agnelli dormono uno di fronte all’altro. Sembrano il simbolo speculare e un po’ fuori luogo dell’Evangelista e tuttavia quando un bambino sporco e sorridente ci indica alla madre non posso fare a meno di pensare che è stato scritto: ‘Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo’.
Siamo di nuovo in un bazaar, i venditori si succedono a ritmo serrato, si vendono dagli ori agli articoli di cartoleria, pile interminabili di quaderni fanno meraviglia. Poi un altro angolo e un’altra sorpresa: incastrato in un vicolo un tempio Jain è un’oasi di silenzio suggestivo. I fedeli che entrano risvegliano l’onnipotenza suonando la campanella antistante il Sancta Sanctorum e due giovani ragazze mormorano preghiere sovrastate da statue di figure danzanti. Entriamo nella zona delle antiche haveli di legno attraverso l’ingresso di una pol; animali e uomini condividono qui da sempre tutti gli spazi, ogni slargo ha un abbeveratoio, una casetta per gli uccelli, del foraggio per le vacche. Ci affacciamo sull’uscio di una casa storica, ci fanno segno che possiamo entrare, 2 uomini seduti su seggiole di plastica sorvegliano una pompa elettrica che tenta invano di svuotare l’ingresso dall’acqua, le finestre intarsiate sono aperte, ma dei ricchi brahmini che vi si affacciavano un tempo non è rimasta traccia.
Guardo per l’ultima volta il Sabarmati, penso a Gandhi che fa yoga all’alba sulle sue sponde e mi chiedo se e quanto la veduta dal fiume fosse molto diversa ai suoi tempi. Chissà se ti rivedrò Ahmedabad: I wish you could see no evil, hear no evil and speak no evil.
Come la coniughiamo la nostra felicità di giovane coppia abbracciata sul sedile di un rickshaw che avanza a scossoni sotto il muro d’acqua delle prime piogge monsoniche con la devastante povertà che si dispiega ai bordi del viale che percorriamo? Che coscienza hanno, gli uni degli altri, le donne che lavano i panni sul marciapiede e i businessman nella sala d’attesa dell’aeroporto? Che posto troviamo per il fango del mercato ortofrutticolo e per le insegne ultramoderne dei mall. Ci sia concessa l’ovvietà retorica, ma i contrasti visti e vissuti ci hanno travolto. Ahmedabad è l’India profonda e contemporanea, e di questa ha tutti, ma proprio tutti, gli idiosincratici tratti.
Il nostro albergo è una casa patrizia, una haveli di inizio secolo ristrutturata, che parla di Raj, di commercio dei tessuti, della Manchester dell’India, ed è immerso in un’atmosfera degna del Grande Gatsby, in cui si riescono facilmente ad immaginare i membri della famiglia ritratti alle pareti in fotografie color seppia degli anni ’20.
‘Fancy a nice cup of cha, darling?’ Sembra il set perfetto per un’ indagine di Poirot.
Mangiamo samosa e hummus ascoltando il rumore della pioggia incessante che ci arriva attutito al di là dei blind di bamboo. Poi qualche raggio di sole filtra dalle finestre e decidiamo di andare a visitare i pozzi di Adalaj. Attraversiamo il ponte sul Sabarmati e passiamo accanto ad una enorme, inquietante centrale elettrica alla Simpsons, gestita da una compagnia australiana, per poi imboccare una grande arteria ai margini della quale la vita pulsa frenetica in forma arcaica e in totale povertà. Bambini seminudi, ripari improvvisati fatti con teli di spessa plastica blu e pali di legno, cumuli di carbone, turbinii di polvere, cani che si abbeverano a pozzanghere di acqua scura e vacche che ruminano. Odore di urina e spezie che ti sorprende a folate. Dopo mezz’ora, una svolta a sinistra, la strada si fa stretta tra due file di improbabili negozietti e si avanza a fatica in un traffico di biciclette, muli e carretti. Alla fine della via uno spazio aperto nella pianura, nel nulla assolato, un tempio, una piccola insegna in sanscrito. E’ qui, in quest’ambiente da Mad Max, seminascosto alla vista, questo pozzo scavato nella pietra 7 anni dopo la scoperta dell’America. E’ un ambiente magico, grandioso, frutto di un imponente lavoro certosino che ha intagliato gradinate, ballatoi e gallerie di forte impatto e armonia. Fotografiamo le arcate, nell’illusione di conservare anche la sensazione del momento, tutti sudati nell’umidità soffocante e circondati da sparuti gruppi di turisti indiani. E’ uno scontro ulteriore con la consapevolezza che il progresso, la civiltà, l’arte e il bello non procedono linearmente lungo il vettore della storia.
Lunedì mattina ci alziamo presto per addentrarci tra le strade della città vecchia prima che il caldo si faccia insopportabile. Muniti di mappa e di lettori mp3, che ci descrivono quello che vediamo, abbiamo purtroppo l’impressione di essere, ed apparire, nuovamente come marziani, a cui è dato il privilegio di guardare, ma forse non di comprendere.
L’albero della vita orna, nel suo superbo intaglio di pietra, l’arco acuto della moschea davanti all’albergo, sembra aspettare il ritorno del re nella città sotto assedio delle truppe di Mordor…
Procediamo a ritroso nel tempo, più i vicoli si fanno stretti e più si dispiega inaspettata e sorprendente la vita di un comune medievale: una donna e un bambino caricano di sabbia il basto di un asino, sull’uscio di un negozietto di argenti un giovane è intento a far quadrare su un foglio bianco una complicata contabilità. Lo spiazzo della moschea maggiore ricorda la Jama Masjid di Delhi, ma è sul retro che gli incontri si fanno straordinari. Tre donne riposano accovacciate sui ciarpaj mentre alcune capre si muovono lente attorno a loro. Ridossati all’ombra del muro di cinta della tomba del sultano Ahmed Shah, due agnelli dormono uno di fronte all’altro. Sembrano il simbolo speculare e un po’ fuori luogo dell’Evangelista e tuttavia quando un bambino sporco e sorridente ci indica alla madre non posso fare a meno di pensare che è stato scritto: ‘Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo’.
Siamo di nuovo in un bazaar, i venditori si succedono a ritmo serrato, si vendono dagli ori agli articoli di cartoleria, pile interminabili di quaderni fanno meraviglia. Poi un altro angolo e un’altra sorpresa: incastrato in un vicolo un tempio Jain è un’oasi di silenzio suggestivo. I fedeli che entrano risvegliano l’onnipotenza suonando la campanella antistante il Sancta Sanctorum e due giovani ragazze mormorano preghiere sovrastate da statue di figure danzanti. Entriamo nella zona delle antiche haveli di legno attraverso l’ingresso di una pol; animali e uomini condividono qui da sempre tutti gli spazi, ogni slargo ha un abbeveratoio, una casetta per gli uccelli, del foraggio per le vacche. Ci affacciamo sull’uscio di una casa storica, ci fanno segno che possiamo entrare, 2 uomini seduti su seggiole di plastica sorvegliano una pompa elettrica che tenta invano di svuotare l’ingresso dall’acqua, le finestre intarsiate sono aperte, ma dei ricchi brahmini che vi si affacciavano un tempo non è rimasta traccia.
Guardo per l’ultima volta il Sabarmati, penso a Gandhi che fa yoga all’alba sulle sue sponde e mi chiedo se e quanto la veduta dal fiume fosse molto diversa ai suoi tempi. Chissà se ti rivedrò Ahmedabad: I wish you could see no evil, hear no evil and speak no evil.
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