mercoledì 30 gennaio 2008

…and Martyrdom

When is your reporting time?
1 hr from now
Oh my God!No… no, no, no, noooooo…
What?
Today Muharram, procession, road blocked. If I go through the city minimum two hrs…
But yesterday it took us 35 min; with traffic.
Well… if I go round, longer road but faster, maybe one hour… BUT different price!
Aridaje…

Era proprio Ashura, il decimo giorno del mese sacro di Muharram, il primo del calendario islamico o dell’Egira. Gli Sciiti dedicano una novena di lutto in ricordo del massacro di Kerbala, durante il quale l’Imam Husain, ultimo figlio di Alì e di Fatima, figlia del Profeta, fu ucciso con tutti i suoi seguaci dalle truppe di Yazid, figlio di Muawiyah, il califfo Umaiyya.
Dopo essere stato fatto morire di sete l’Imam fu decapitato e la testa inviata al califfo a Damasco.
Ashura è il giorno delle celebrazioni in ricordo del ‘ritorno della testa’, durante le quali gli Sciiti portano in porcessione le Tazia, repliche della tomba di Husain, e mostrano il loro dolore con varie forme di autoflagellazione (ho notato molti uomini in questi giorni, sia a Nizamuddin che a Old Delhi, che avevano sulla fronte le profonde escoriazioni procuratesi proprio durante Ashura)
Per tutto il giorno avevamo visto camion carichi di giovani musulmani percorrere le strade della città cantando e suonando tamburi, adesso raggiunto il loro quartiere, capitiamo proprio durante la processione, che per fortuna si svolge sull’altro lato della strada. La ressa è imponente, ad ogni angolo enormi vessilli verdi bordati con frange d’oro e lungo la via che faticosamente risaliamo, una serie di grandi plastici colorati e illuminati di una architettura inequivocabile che vengono portati a spalla. Ancora canti e ritmi incessanti; dal sangue del mattino al ricordo del martirio: la domenica bengalese si chiude a chiasmo.

lunedì 28 gennaio 2008

Mother House

Si possono mescolare turismo e pellegrinaggio?

Non ho risposta; sta di fatto che con un tempo a disposizione limitato le 2 cose, in quel di Kolkata, si sono dovute per forza avvicendare nella stessa giornata. Dopo l’esperienza del tempio di Kali poi ne sentivamo proprio il bisogno, e così nel primo pomeriggio siamo partiti alla volta di Mother House, il quartier generale di Gonxha Agnes Bojaxhiu, ovviamente meglio nota come Mary Teresa.
Già il primo miracolo è stato che il tassista sembrasse sapere del posto che stavamo cercando: A.J.C. Bose Road è una grande arteria che S, essendoci già stata, ha riconosciuto subito. Una piccola insegna indica di entrare, a quanto pare, nel vicolo sbagliato: un minuscolo Pig-Pen a piedi nudi (avete presente il personaggio di Peanuts costantemente contorniato da una nuvola di polvere? questi teneri nanerottoli diseredati me lo ricordano in continuazione) mi tira il pantalone, tende la mano per l’elemosina e con l’altra indica che l’ingresso giusto è al vicolo successivo. Ed effettivamente sì, dall’interno di un vestibolo in penombra una delle Missionarie ci fa segno di entrare.

Non so spiegarvi cosa ho provato, pur non soffrendo dell’attrazione esclusiva per il lato caritativo dell’Ecclesia. Bisogna infatti vederla questa città per avere un senso di cosa può significare l’espressione “i più poveri tra i poveri”; in più c’era stata la vista di tutto quel sangue la mattina; insomma, quale che sia la ragione, fatti dieci metri dentro al cortile, l’emozione trasmessa dal luogo mi ha investito in pieno petto.
E’ un posto pulito, quieto, in fondo anonimo, con le pareti intonacate di un grigio azzurro uniforme. Nessuno ti chiede niente, sei accolto, indirizzato, niente più.
Colpisce il fatto che la tomba di Madre Teresa sia come ‘in casa’, nel senso che è al pian terreno, in quest’aula rettangolare che funge anche da cappella, al lato di un piccolo altare sottodimensionato rispetto allo spoglio monumento funebre. Davanti a questo altare un gruppo di donne laiche, sedute per terra, aveva formato 2 piccoli semicerchi. Una di loro guidava in inglese la preghiera e mi dava fastidio che mi desse fastidio che le invocazioni per l’unità della Chiesa e via dicendo assumessero una ritmica per così dire mantrica. Non è possibile che riesca ad essere critico anche in un posto come quello!
Nella stanza attigua alla cappella un piccolo museo raccoglie oggetti e documenti di Madre Teresa e ne racconta in breve la storia tramite una serie di pannelli. Ci sono i suoi sandali, le sue poche cose di uso quotidiano, il suo sari -del quale tra l’altro, vivendo qui, possiamo meglio comprendere la scelta e il significato. C’è anche un certificato dei tempi dell’Albania che attesta la sua religione come rim-katolicka.
Dal cortile centrale con 2 semplici pozzi si sale poi alla sua cella, ed è questa che forse mi colpisce di più, perché ancora più spartana ed essenziale di come me la fossi immaginata. Una branda minuscola, alle pareti poco altro oltre a un crocefisso e 2 foto che la ritraggono con Papa Giovanni Paolo II, un piccolo tavolo, una panca, tutto qui. Grandi testimonianze in spazi minimi, sembra quasi essere una caratteristica ricorrente.
Chiediamo a chi rivolgerci per fare una piccola donazione: accomodatevi in quella stanza, verrà una Sorella. Ed eccola che arriva una giovane, radiosa Sorella: porta carta, penna e una specie di borsello. Diamo una cifra irrisoria e lei ci sorprende, prima chiedendo se vogliamo una ricevuta, poi ringraziandoci enfaticamente… ma a chi, a noi? Piuttosto thank you, and God Bless You…
All’uscita la stessa Sorella che ci aveva fatto entrare ci ferma, si informa su di noi, ci chiede di dove siamo, se è la nostra prima visita. Ci dona delle preghiere e ci saluta sorridendo, di una serenità felice, fiorita nel caos, dal caos.

martedì 22 gennaio 2008

Sacrifice...

E’ domenica mattina, siamo pronti e belli carichi; ce la possiamo fare, anche se la meta, lo sappiamo in anticipo, è tosta: destinazione Kalighat, il famigerato santuario della dea Kali.
“Kalighat? Kalighat Temple?”
Il tassista chiede conferma 3 o 4 volte e mi guarda nello specchietto con una strana espressione…
“Today holiday: crowd, big crowd…”
Ottimo…
La strada si restringe, la calca aumenta; un cartello in mezzo alla via intima no entry:
“No entry: round, round…”
Ok, round…
Transenne, clacson, casino, ressa immane – folla di uomini ci circonda ancora prima di uscire.
Non è Old Delhi, dove tutto è ormai familiare e per di più non sono solo; c’è qualcosa nell’aria che mi infastidisce, mi irrigidisco e cerco di tener d’occhio S nonostante mi strattonino:
Where are you going? Where are you going?
Violo tutte le norme non scritte di comportamento da adottare in questi casi e reagisco male:
I go wherever I want; and don’t bother me, ‘cause I am not in the mood!
Non so da dove m’è venuta e m’è uscita pure in tono Don De Niro (ar iu tokin tu mi?!?)… incredibilmente funziona: si fanno da parte e ci lasciano andare.
Non dura molto però: Kalighat, Kali Temple: this way, this way! C’è un casino veramente notevole e c’è questo strano odore, davvero uno strano odore…
Una fila assurda si snoda per la strada per poi infilarsi in una porticina minuscola, dietro a malapena si intravede una guglia. Ci ritroviamo accanto un omino che ci colpisce per il buon inglese: I am brahman, I am a priest here. Lo scruto cercando di capire se possa essere vero, cerco conferma da S: prendi lui, così ci lasciano in pace. E’ un' ottima mossa, ci fa entrare da un ingresso laterale e possiamo anche tener su le scarpe; c’è fango ovunque e, manco a dirlo, l’odore aumenta. Prendiamo spinte da tutte le parti, con S cerchiamo di tenerci per mano, ma non è facile. Il brahmino caccia un paio di urli e gli fanno largo, torna sorridente, come se nulla fosse ci parla dell’albero sacro cui siamo davanti, che non fa fiori né frutti, ma che regala la fertilità ai pellegrini venuti in preghiera.
Come, please come; ci muoviamo lentamente girando in senso antiorario intorno al tempio, poi S esclama: guarda! Gocce rosse per terra, sì, molte gocce di… sangue…
Ne seguiamo la traccia con lo sguardo, portano ad una sorta di macelleria all’aperto: ci sono frattaglie su un tavolaccio e legate con un’ esile cordicella a un palo ci sono due minuscole caprette nere… su di loro, appesa per i piedi, ne pende un’altra poco più grande, malamente decapitata.
S ribolle, borbotta e gira su se stessa: “io non ce la faccio…”; “sono uguali a Kina…”
E’ proprio vero, lo stesso colore, lo stesso pelo; belano senza sosta.
Today already fifty (fifty!speriamo abbia voluto dire fifteen), e mette la mano di taglio sulla sua gola, caccia fuori la lingua e fa un verso onomatopeico inequivocabile.
Io non ce la faccio, ripete S, e cerca con lo sguardo una possibile uscita.
Il Brahmino capisce e la rassicura, not now, not now… Poi riprende imperterrito la sua spiegazione, indica un braciere acceso per terra accanto alla macelleria: this is Brahma
-Essenza ultima del divino, fuoco purificatore, Brahma è difficilmente rappresentato e ha pochissimi templi a lui dedicati-
E subito dopo il clou: come this way, sacrifices… not now, not now…
Il colpo secco allo stomaco è inevitabile: sul lato di uno spiazzo quadrato piastrellato, impiantate su 2 massi stanno 2 gogne rudimentali di dimensioni differenti, ma fatte allo stesso modo: 2 paletti di legno verticali, con una barra di metallo mobile orizzontale per immobilizzare la testa degli animali sacrificandi. I massi sottostanti grondano sangue in rivoli, come lava su piccoli vulcani.
E’ una vista così forte che per una frazione di secondo il cervello si concentra completamente su di essa, isolandoti dal fragore e dalla calca che ti circonda – le sinapsi schiacciano mute sul telecomando sensoriale… E’ solo un attimo, un uomo, coperto solo con un mundu, salta nel quadrato, entrambe i piedi nudi in una pozza di sangue, apre un rubinetto, si sciacqua e beve…
This way Kali, this way…
Mi tolgo le scarpe e seguo il Brahmino attraverso una porta, la bolgia raggiunge il suo climax e nonostante questo ci sono in mezzo alla stanza buia e chiusa degli altri bramini seduti a gambe incrociate che recitano mantra. Al centro della parete di destra rispetto a quella da cui siamo entrati gli stipiti di una porta sono completamente ricoperti di piccole campane, la densità umana che gli si accalca davanti è indescrivibile e vedo che anche la mia guida stavolta è a disagio: i giornali riportano quotidianamente di morti schiacciati dalla ressa nei templi. Per fortuna però la statura media dei bengalesi è piuttosto bassa e sovrastandoli quasi tutti non mi prende il panico, assesto un paio di gomitate a quelli che cercano la compenetrazione col mio corpo ed è sufficiente a farmi un po’ di spazio, ma non a vedere l’avatar della dea che è piazzato al di sotto del livello del pavimento al di là della soglia appena descritta. It’s ok, it’s ok: faccio segno al bramino che l’esperienza è stata sufficiente, mentre gente dietro di me lancia petali in direzione dell’avatar sopra la mia testa.

Ghat this way, please come. C’è dell’altro? Yes, yes, come this way you can take pictures!
Abbiamo fatto 30…
Ok, eccoci, lo spazio del Ghat è a paragone del resto un' oasi di pace, ci sono bambini che giocano e un piccolo numero di adulti che fa le abluzioni. Il Bramino chiama qualcuno che gli porta 2 braccialetti gialli e rossi:
Are you married?
Yes
Really? The goddess will give you children soon!
Ecco, semo a post…
Give me your right wrist
Tell your name
S
Om Shanti Om – allacciando il braccialetto sul polso
Give me your left wrist
Tell your name
S
Om Shanti Om
E poi ovviamente la presentazione del libro contabile con cifre smodate da visitatori da tutto il mondo: ok ciccio, te le sei proprio guadagnate un po’ di papagne, ma mica così tante oh, we are Dehliwallas!
Really? Living in Delhi?

Siamo fuori nel bazaar: fischia, adesso questa, al confronto, sembra quiete.
Ci guardiamo storditi, poi ci viene un mezzo sorriso liberatorio… pesante! Andava fatta però.

lunedì 21 gennaio 2008

Hokuto

Kolkata è difficile ed è difficile raccontare Kolkata.

La scenografia è da Ken il Guerriero, i palazzi dell’epoca del Raj sono coperti da impalcature arrugginite che sostengono pubblicità irragionevoli di negozi e telefonini. L’antico splendore della Londra d’oriente è annerito, grigio, sporco. Le finestre sono spesso state murate da mattoni messi alla bell’ e meglio, la calce straborda tra le varie file di questi; i cornicioni sono sbrecciati, caduti, fuligginosi. Ma sono lì, testimonianza diroccata del tempo che fu.
Che ci fa Oxford St a 22°82′ di latitudine N e 88°20′ di longitudine E?
Fa l’effetto di Venezia al Bellagio di Las Vegas, la stessa sensazione di incongruo, tolte le luci e i casino, e aggiunti l’incuria e lo smog. E se si ha in mente il clima di Morte a Venezia, con la città lagunare, in continuazione del paradosso, Kolkata ha anche in comune parte del fascino e della malinconia.
La capitale del West Bengal non sta messa granchè bene, inutile negarselo; delle tre megalopoli maggiori del subcontinente è senz’altro la più inquinata: la polvere ti raschia in gola, gli occhi bruciano e gli onnipresenti Ambassador taxi gialli sono ancora a diesel e non a CNG come a Delhi: la differenza si sente ed è pesante.
Due parole sui tassisti poi vanno spese: cosa abbastanza straordinaria, non conoscono nessuno dei monumenti e dei punti di riferimento maggiori della città - farsi portare al Victoria Memorial, alla St Paul’s Cathedral, a College Street e al Raj Bhavan si è dimostrata un’impresa. A nulla è valsa l’azione di vari interpreti e il mostrare le foto, quasi tutti sembravano essere arrivati in città per la prima volta come me. Se a questo si aggiunge il costante tentativo di barare sul prezzo della corsa, si capisce come gli spostamenti possano diventare una dura prova.
Di seguito un breve elenco delle fantasiose tecniche adottate:
“The price would be this, but hotel is charging 20% taxes”
“Today holiday, needed to make big detour to avoid traffick jam – need to add extra money”
“Need to multiply by four what the meter says”
“No meter for this journey”
“Yes, price is fixed, but tip is needed”
Nel caso ve lo chiedeste la risposta è no, la reazione non è stata sempre proprio zen come avrebbe dovuto…
Sabato mattina siamo 2 zombie, non abbiamo dormito neanche 4 ore, l’atrio dell’albergo è sotterraneo e la camera non è ancora disponibile. Ci affacciamo su Park St, la via principale dei negozi, della città che Wikitravel arditamente -e stavolta senza ironia- accosta nientemeno che a New York… Beh, se questa è la 5ta strada deve essere appena finita una guerra. Insomma, l’impatto è faticoso sulle spalle di 2 già affaticati. Partiamo lo stesso a piedi in direzione del Victoria Memorial, la distanza sulla cartina sembra breve e la strada è lungo il Maidan, che la nostra guida descrive così: “questo parco di 400 ettari si estende nel cuore della città dal fiume Hoogly a ovest alla Chowringhee a est e contiene numerosi edifici e zone interessanti”. Fattualmente corretto, descrittivamente fuorviante: non è esattamente un parco, è una steppa sconfinata, brulla, arida e polverosa, con un numero esiguo di alberi e un nugolo di disperati che vi abitano. Lungo la Chowringhee –“un tempo la via del passeggio alla moda”- c’è un’inammissibile flyover, un casino allucinante e miasmi nauseabondi ogni 50m. Il parco è costellato di steccati grezzi di legno dalla funzione misteriosa e all’interno dello stesso, in un paio di pozze, ci si lava e si fa il bucato. Lungo il marciapiede che percorriamo numerosi maschi della mia specie orinano e scaracchiano in libertà, più avanti si allineano una serie di sghangherate carrozzelle, e a lato, su quel poco di prato che c’è, viene allevata a trucioli una serie di scheletrici pony. Un ragazzino di non più di 11 anni, al nostro passaggio, si ostina a farne galoppare avanti e indietro uno con una evidente malformazione ad uno zoccolo.
Ah eccoci, circondata da filo spinato quella là in fondo deve essere la sede della scuola di Hokuto…
Invece è il Victoria Memorial ed è quanto di più surreale abbia forse visto in vita mia: è come se avessero paracadutato Whitehall ai tropici. In una landa assolata, circondato da niente, il motto francese sul crest reale cesellato sulla cancellata del giardino antistante suona come ammonimento sarcastico: honi soit qui mal y pense…
Il monumento è massiccio, bianco, imperiale, maestoso e fuori posto come il nostro Altare della Patria.
Una imponente statua bronzea della regina Vittoria è esposta al clima inclemente davanti alla scalinata d’ingresso, la testa scagazzata da irriverenti piccioni anticolonialisti.
All’interno siamo colti dalla sindrome di Stoccolma: una famiglia di pastori nomadi guarda le litografie dei Daniell che… rappresentano identiche famiglie di pastori nomadi di 2 secoli addietro!
Torniamo in albergo, fa caldo e dobbiamo riposare…

Closed for Winter Lethargy

E’ arrivato l’inverno e il blog è andato in letargo…

Da Novembre ad oggi ne sono successe parecchie di cose, non riuscirò probabilmente a raccontarle tutte, forse comincerò dalla fine, dal week end appena trascorso a Calcutta.
Stamattina fa ancora freddo e il cielo è limpido, l’inverno non è ancora finito, per fortuna. Non è ancora tempo di metter via le stufette a incandescenza, di spegnere le braci dei falò, di togliere gli scialli e le sciarpe arrotolate intorno alla testa…