Kolkata è difficile ed è difficile raccontare Kolkata.
La scenografia è da Ken il Guerriero, i palazzi dell’epoca del Raj sono coperti da impalcature arrugginite che sostengono pubblicità irragionevoli di negozi e telefonini. L’antico splendore della Londra d’oriente è annerito, grigio, sporco. Le finestre sono spesso state murate da mattoni messi alla bell’ e meglio, la calce straborda tra le varie file di questi; i cornicioni sono sbrecciati, caduti, fuligginosi. Ma sono lì, testimonianza diroccata del tempo che fu.
Che ci fa Oxford St a 22°82′ di latitudine N e 88°20′ di longitudine E?
Fa l’effetto di Venezia al Bellagio di Las Vegas, la stessa sensazione di incongruo, tolte le luci e i casino, e aggiunti l’incuria e lo smog. E se si ha in mente il clima di Morte a Venezia, con la città lagunare, in continuazione del paradosso, Kolkata ha anche in comune parte del fascino e della malinconia.
La capitale del West Bengal non sta messa granchè bene, inutile negarselo; delle tre megalopoli maggiori del subcontinente è senz’altro la più inquinata: la polvere ti raschia in gola, gli occhi bruciano e gli onnipresenti Ambassador taxi gialli sono ancora a diesel e non a CNG come a Delhi: la differenza si sente ed è pesante.
Due parole sui tassisti poi vanno spese: cosa abbastanza straordinaria, non conoscono nessuno dei monumenti e dei punti di riferimento maggiori della città - farsi portare al Victoria Memorial, alla St Paul’s Cathedral, a College Street e al Raj Bhavan si è dimostrata un’impresa. A nulla è valsa l’azione di vari interpreti e il mostrare le foto, quasi tutti sembravano essere arrivati in città per la prima volta come me. Se a questo si aggiunge il costante tentativo di barare sul prezzo della corsa, si capisce come gli spostamenti possano diventare una dura prova.
Di seguito un breve elenco delle fantasiose tecniche adottate:
“The price would be this, but hotel is charging 20% taxes”
“Today holiday, needed to make big detour to avoid traffick jam – need to add extra money”
“Need to multiply by four what the meter says”
“No meter for this journey”
“Yes, price is fixed, but tip is needed”
Nel caso ve lo chiedeste la risposta è no, la reazione non è stata sempre proprio zen come avrebbe dovuto…
Sabato mattina siamo 2 zombie, non abbiamo dormito neanche 4 ore, l’atrio dell’albergo è sotterraneo e la camera non è ancora disponibile. Ci affacciamo su Park St, la via principale dei negozi, della città che Wikitravel arditamente -e stavolta senza ironia- accosta nientemeno che a New York… Beh, se questa è la 5ta strada deve essere appena finita una guerra. Insomma, l’impatto è faticoso sulle spalle di 2 già affaticati. Partiamo lo stesso a piedi in direzione del Victoria Memorial, la distanza sulla cartina sembra breve e la strada è lungo il Maidan, che la nostra guida descrive così: “questo parco di 400 ettari si estende nel cuore della città dal fiume Hoogly a ovest alla Chowringhee a est e contiene numerosi edifici e zone interessanti”. Fattualmente corretto, descrittivamente fuorviante: non è esattamente un parco, è una steppa sconfinata, brulla, arida e polverosa, con un numero esiguo di alberi e un nugolo di disperati che vi abitano. Lungo la Chowringhee –“un tempo la via del passeggio alla moda”- c’è un’inammissibile flyover, un casino allucinante e miasmi nauseabondi ogni 50m. Il parco è costellato di steccati grezzi di legno dalla funzione misteriosa e all’interno dello stesso, in un paio di pozze, ci si lava e si fa il bucato. Lungo il marciapiede che percorriamo numerosi maschi della mia specie orinano e scaracchiano in libertà, più avanti si allineano una serie di sghangherate carrozzelle, e a lato, su quel poco di prato che c’è, viene allevata a trucioli una serie di scheletrici pony. Un ragazzino di non più di 11 anni, al nostro passaggio, si ostina a farne galoppare avanti e indietro uno con una evidente malformazione ad uno zoccolo.
Ah eccoci, circondata da filo spinato quella là in fondo deve essere la sede della scuola di Hokuto…
Invece è il Victoria Memorial ed è quanto di più surreale abbia forse visto in vita mia: è come se avessero paracadutato Whitehall ai tropici. In una landa assolata, circondato da niente, il motto francese sul crest reale cesellato sulla cancellata del giardino antistante suona come ammonimento sarcastico: honi soit qui mal y pense…
Il monumento è massiccio, bianco, imperiale, maestoso e fuori posto come il nostro Altare della Patria.
Una imponente statua bronzea della regina Vittoria è esposta al clima inclemente davanti alla scalinata d’ingresso, la testa scagazzata da irriverenti piccioni anticolonialisti.
All’interno siamo colti dalla sindrome di Stoccolma: una famiglia di pastori nomadi guarda le litografie dei Daniell che… rappresentano identiche famiglie di pastori nomadi di 2 secoli addietro!
Torniamo in albergo, fa caldo e dobbiamo riposare…
La scenografia è da Ken il Guerriero, i palazzi dell’epoca del Raj sono coperti da impalcature arrugginite che sostengono pubblicità irragionevoli di negozi e telefonini. L’antico splendore della Londra d’oriente è annerito, grigio, sporco. Le finestre sono spesso state murate da mattoni messi alla bell’ e meglio, la calce straborda tra le varie file di questi; i cornicioni sono sbrecciati, caduti, fuligginosi. Ma sono lì, testimonianza diroccata del tempo che fu.
Che ci fa Oxford St a 22°82′ di latitudine N e 88°20′ di longitudine E?
Fa l’effetto di Venezia al Bellagio di Las Vegas, la stessa sensazione di incongruo, tolte le luci e i casino, e aggiunti l’incuria e lo smog. E se si ha in mente il clima di Morte a Venezia, con la città lagunare, in continuazione del paradosso, Kolkata ha anche in comune parte del fascino e della malinconia.
La capitale del West Bengal non sta messa granchè bene, inutile negarselo; delle tre megalopoli maggiori del subcontinente è senz’altro la più inquinata: la polvere ti raschia in gola, gli occhi bruciano e gli onnipresenti Ambassador taxi gialli sono ancora a diesel e non a CNG come a Delhi: la differenza si sente ed è pesante.
Due parole sui tassisti poi vanno spese: cosa abbastanza straordinaria, non conoscono nessuno dei monumenti e dei punti di riferimento maggiori della città - farsi portare al Victoria Memorial, alla St Paul’s Cathedral, a College Street e al Raj Bhavan si è dimostrata un’impresa. A nulla è valsa l’azione di vari interpreti e il mostrare le foto, quasi tutti sembravano essere arrivati in città per la prima volta come me. Se a questo si aggiunge il costante tentativo di barare sul prezzo della corsa, si capisce come gli spostamenti possano diventare una dura prova.
Di seguito un breve elenco delle fantasiose tecniche adottate:
“The price would be this, but hotel is charging 20% taxes”
“Today holiday, needed to make big detour to avoid traffick jam – need to add extra money”
“Need to multiply by four what the meter says”
“No meter for this journey”
“Yes, price is fixed, but tip is needed”
Nel caso ve lo chiedeste la risposta è no, la reazione non è stata sempre proprio zen come avrebbe dovuto…
Sabato mattina siamo 2 zombie, non abbiamo dormito neanche 4 ore, l’atrio dell’albergo è sotterraneo e la camera non è ancora disponibile. Ci affacciamo su Park St, la via principale dei negozi, della città che Wikitravel arditamente -e stavolta senza ironia- accosta nientemeno che a New York… Beh, se questa è la 5ta strada deve essere appena finita una guerra. Insomma, l’impatto è faticoso sulle spalle di 2 già affaticati. Partiamo lo stesso a piedi in direzione del Victoria Memorial, la distanza sulla cartina sembra breve e la strada è lungo il Maidan, che la nostra guida descrive così: “questo parco di 400 ettari si estende nel cuore della città dal fiume Hoogly a ovest alla Chowringhee a est e contiene numerosi edifici e zone interessanti”. Fattualmente corretto, descrittivamente fuorviante: non è esattamente un parco, è una steppa sconfinata, brulla, arida e polverosa, con un numero esiguo di alberi e un nugolo di disperati che vi abitano. Lungo la Chowringhee –“un tempo la via del passeggio alla moda”- c’è un’inammissibile flyover, un casino allucinante e miasmi nauseabondi ogni 50m. Il parco è costellato di steccati grezzi di legno dalla funzione misteriosa e all’interno dello stesso, in un paio di pozze, ci si lava e si fa il bucato. Lungo il marciapiede che percorriamo numerosi maschi della mia specie orinano e scaracchiano in libertà, più avanti si allineano una serie di sghangherate carrozzelle, e a lato, su quel poco di prato che c’è, viene allevata a trucioli una serie di scheletrici pony. Un ragazzino di non più di 11 anni, al nostro passaggio, si ostina a farne galoppare avanti e indietro uno con una evidente malformazione ad uno zoccolo.
Ah eccoci, circondata da filo spinato quella là in fondo deve essere la sede della scuola di Hokuto…
Invece è il Victoria Memorial ed è quanto di più surreale abbia forse visto in vita mia: è come se avessero paracadutato Whitehall ai tropici. In una landa assolata, circondato da niente, il motto francese sul crest reale cesellato sulla cancellata del giardino antistante suona come ammonimento sarcastico: honi soit qui mal y pense…
Una imponente statua bronzea della regina Vittoria è esposta al clima inclemente davanti alla scalinata d’ingresso, la testa scagazzata da irriverenti piccioni anticolonialisti.
All’interno siamo colti dalla sindrome di Stoccolma: una famiglia di pastori nomadi guarda le litografie dei Daniell che… rappresentano identiche famiglie di pastori nomadi di 2 secoli addietro!
Torniamo in albergo, fa caldo e dobbiamo riposare…
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