Si possono mescolare turismo e pellegrinaggio?
Non ho risposta; sta di fatto che con un tempo a disposizione limitato le 2 cose, in quel di Kolkata, si sono dovute per forza avvicendare nella stessa giornata. Dopo l’esperienza del tempio di Kali poi ne sentivamo proprio il bisogno, e così nel primo pomeriggio siamo partiti alla volta di Mother House, il quartier generale di Gonxha Agnes Bojaxhiu, ovviamente meglio nota come Mary Teresa.
Già il primo miracolo è stato che il tassista sembrasse sapere del posto che stavamo cercando: A.J.C. Bose Road è una grande arteria che S, essendoci già stata, ha riconosciuto subito. Una piccola insegna indica di entrare, a quanto pare, nel vicolo sbagliato: un minuscolo Pig-Pen a piedi nudi (avete presente il personaggio di Peanuts costantemente contorniato da una nuvola di polvere? questi teneri nanerottoli diseredati me lo ricordano in continuazione) mi tira il pantalone, tende la mano per l’elemosina e con l’altra indica che l’ingresso giusto è al vicolo successivo. Ed effettivamente sì, dall’interno di un vestibolo in penombra una delle Missionarie ci fa segno di entrare.
Non so spiegarvi cosa ho provato, pur non soffrendo dell’attrazione esclusiva per il lato caritativo dell’Ecclesia. Bisogna infatti vederla questa città per avere un senso di cosa può significare l’espressione “i più poveri tra i poveri”; in più c’era stata la vista di tutto quel sangue la mattina; insomma, quale che sia la ragione, fatti dieci metri dentro al cortile, l’emozione trasmessa dal luogo mi ha investito in pieno petto.
Non ho risposta; sta di fatto che con un tempo a disposizione limitato le 2 cose, in quel di Kolkata, si sono dovute per forza avvicendare nella stessa giornata. Dopo l’esperienza del tempio di Kali poi ne sentivamo proprio il bisogno, e così nel primo pomeriggio siamo partiti alla volta di Mother House, il quartier generale di Gonxha Agnes Bojaxhiu, ovviamente meglio nota come Mary Teresa.
Già il primo miracolo è stato che il tassista sembrasse sapere del posto che stavamo cercando: A.J.C. Bose Road è una grande arteria che S, essendoci già stata, ha riconosciuto subito. Una piccola insegna indica di entrare, a quanto pare, nel vicolo sbagliato: un minuscolo Pig-Pen a piedi nudi (avete presente il personaggio di Peanuts costantemente contorniato da una nuvola di polvere? questi teneri nanerottoli diseredati me lo ricordano in continuazione) mi tira il pantalone, tende la mano per l’elemosina e con l’altra indica che l’ingresso giusto è al vicolo successivo. Ed effettivamente sì, dall’interno di un vestibolo in penombra una delle Missionarie ci fa segno di entrare.
Non so spiegarvi cosa ho provato, pur non soffrendo dell’attrazione esclusiva per il lato caritativo dell’Ecclesia. Bisogna infatti vederla questa città per avere un senso di cosa può significare l’espressione “i più poveri tra i poveri”; in più c’era stata la vista di tutto quel sangue la mattina; insomma, quale che sia la ragione, fatti dieci metri dentro al cortile, l’emozione trasmessa dal luogo mi ha investito in pieno petto.
E’ un posto pulito, quieto, in fondo anonimo, con le pareti intonacate di un grigio azzurro uniforme. Nessuno ti chiede niente, sei accolto, indirizzato, niente più.
Colpisce il fatto che la tomba di Madre Teresa sia come ‘in casa’, nel senso che è al pian terreno, in quest’aula rettangolare che funge anche da cappella, al lato di un piccolo altare sottodimensionato rispetto allo spoglio monumento funebre. Davanti a questo altare un gruppo di donne laiche, sedute per terra, aveva formato 2 piccoli semicerchi. Una di loro guidava in inglese la preghiera e mi dava fastidio che mi desse fastidio che le invocazioni per l’unità della Chiesa e via dicendo assumessero una ritmica per così dire mantrica. Non è possibile che riesca ad essere critico anche in un posto come quello!
Nella stanza attigua alla cappella un piccolo museo raccoglie oggetti e documenti di Madre Teresa e ne racconta in breve la storia tramite una serie di pannelli. Ci sono i suoi sandali, le sue poche cose di uso quotidiano, il suo sari -del quale tra l’altro, vivendo qui, possiamo meglio comprendere la scelta e il significato. C’è anche un certificato dei tempi dell’Albania che attesta la sua religione come rim-katolicka.
Dal cortile centrale con 2 semplici pozzi si sale poi alla sua cella, ed è questa che forse mi colpisce di più, perché ancora più spartana ed essenziale di come me la fossi immaginata. Una branda minuscola, alle pareti poco altro oltre a un crocefisso e 2 foto che la ritraggono con Papa Giovanni Paolo II, un piccolo tavolo, una panca, tutto qui. Grandi testimonianze in spazi minimi, sembra quasi essere una caratteristica ricorrente.
Chiediamo a chi rivolgerci per fare una piccola donazione: accomodatevi in quella stanza, verrà una Sorella. Ed eccola che arriva una giovane, radiosa Sorella: porta carta, penna e una specie di borsello. Diamo una cifra irrisoria e lei ci sorprende, prima chiedendo se vogliamo una ricevuta, poi ringraziandoci enfaticamente… ma a chi, a noi? Piuttosto thank you, and God Bless You…
All’uscita la stessa Sorella che ci aveva fatto entrare ci ferma, si informa su di noi, ci chiede di dove siamo, se è la nostra prima visita. Ci dona delle preghiere e ci saluta sorridendo, di una serenità felice, fiorita nel caos, dal caos.
Colpisce il fatto che la tomba di Madre Teresa sia come ‘in casa’, nel senso che è al pian terreno, in quest’aula rettangolare che funge anche da cappella, al lato di un piccolo altare sottodimensionato rispetto allo spoglio monumento funebre. Davanti a questo altare un gruppo di donne laiche, sedute per terra, aveva formato 2 piccoli semicerchi. Una di loro guidava in inglese la preghiera e mi dava fastidio che mi desse fastidio che le invocazioni per l’unità della Chiesa e via dicendo assumessero una ritmica per così dire mantrica. Non è possibile che riesca ad essere critico anche in un posto come quello!
Nella stanza attigua alla cappella un piccolo museo raccoglie oggetti e documenti di Madre Teresa e ne racconta in breve la storia tramite una serie di pannelli. Ci sono i suoi sandali, le sue poche cose di uso quotidiano, il suo sari -del quale tra l’altro, vivendo qui, possiamo meglio comprendere la scelta e il significato. C’è anche un certificato dei tempi dell’Albania che attesta la sua religione come rim-katolicka.
Dal cortile centrale con 2 semplici pozzi si sale poi alla sua cella, ed è questa che forse mi colpisce di più, perché ancora più spartana ed essenziale di come me la fossi immaginata. Una branda minuscola, alle pareti poco altro oltre a un crocefisso e 2 foto che la ritraggono con Papa Giovanni Paolo II, un piccolo tavolo, una panca, tutto qui. Grandi testimonianze in spazi minimi, sembra quasi essere una caratteristica ricorrente.
Chiediamo a chi rivolgerci per fare una piccola donazione: accomodatevi in quella stanza, verrà una Sorella. Ed eccola che arriva una giovane, radiosa Sorella: porta carta, penna e una specie di borsello. Diamo una cifra irrisoria e lei ci sorprende, prima chiedendo se vogliamo una ricevuta, poi ringraziandoci enfaticamente… ma a chi, a noi? Piuttosto thank you, and God Bless You…
All’uscita la stessa Sorella che ci aveva fatto entrare ci ferma, si informa su di noi, ci chiede di dove siamo, se è la nostra prima visita. Ci dona delle preghiere e ci saluta sorridendo, di una serenità felice, fiorita nel caos, dal caos.
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