martedì 28 agosto 2007

Bangalore falls

E vabbè, per la legge dei grandi numeri prima o poi doveva capitare… Certo che poi se uno ci mette del suo… ‘a Bangalore c’è l’unica carne buona’: appunto, così buona che mi ha annichilito. Risultato, Rifaximina a go-go e una media di 1,2sec netti dal letto al ‘pozzo dei desideri’. Quando ti tocca stare sui blocchi di partenza alle 3.30 del mattino la mente vaga e paradossalmente fai in tempo a pensare a un sacco di cose:

  1. a fare mentalmente testamento,
  2. a pensare che hai fatto imbufalire Nandi, il veicolo di Shiva, e mò ti tocca subirne le conseguenze,
  3. che vegetariano, anzi meglio vegano, è bello, molto bello!
  4. che mia nonna avrebbe senz’altro saputo cosa fare, altro che infusi colle foglie di Guava
  5. che il contorcimento delle budella è la tortura più pazzesca mai inventata dall’inquisizione
  6. come si dirà merda in Hindi?

lunedì 6 agosto 2007

Ice cubes

Ghi-à-ci-o Gi-ù-li-o, ghi-à-ci-o!

Gadodia market

Spice up your life

Monsoon


Here comes the rain again

500 yards, 4 religions

Non fai a tempo a metterti le scarpe che le devi togliere di nuovo…
Lungo il lato sinistro di Chandni Chowk si susseguono a ritmo serrato i templi di ben 4 religioni. Dopo il tempio Jain viene quello Hindu, poi quello Sikh e infine una moschea; praticamente un ecumenismo spaziale se non filosofico.
Il tempio Hindu è uno dei più importanti a Delhi tra quelli dedicati a Shiva. Quando sabato ci siamo dati a questa maratona religiosa la pioggia durante la notte era stata incessante, per cui strade e vicoli erano ancora un guazzabuglio di fango. Una gioia lasciare scarpe e calzini nel vicolo paludoso e avventurarsi poi a piedi nudi…
Se nel tempio Jain avevamo assistito ad una devozione meditativa e silenziosa, qui siamo stati testimoni di una devozione dinamica: un gruppo compatto e numeroso di uomini e donne si affollava chino attorno all’antico lingam, intento ad una abluzione continua dello stesso, un’attività senza soste di impressionante fervore.
Poco più avanti sorge, sul luogo del martirio del Guru, un grande Gurudwara Sikh, a cui si accede non solo scalzi, ma con la testa coperta. Salite le scale ci si ritrova in una grande aula coperta di tappeti, il cui aspetto ha effettivamente delle affinità con la struttura delle moschee. I devoti che non si siedono in preghiera al centro dell’aula sono guidati in un percorso perimetrale che li porta davanti ai resti dell’albero presso il quale avvenne il martirio e poi dietro alla struttura che conserva il Sacro Libro Sikh, che viene costantemente presidiato dai sacerdoti. Al lato dell’altare, al momento della nostra visita, 3 di loro suonavano e cantavano inni.
Che il culto del Sacro si esprima in forme così differenti in uno spazio tanto ristretto, e a fronte della povertà delle costruzioni circostanti e della frenesia dei bazar tutto intorno, lascia in qualche modo frastornati; costringe per forza di cose ad una indigestione di informazioni dalla difficile elaborazione.
Affacciarsi dalla terrazza della moschea dalla quale l’invasore persiano secoli fa assistette all’orrendo massacro di quasi tutta la popolazione fa percorrere un brivido lungo la schiena. L’umanità dimentica si muove in massa al di sotto, una fontana vittoriana a secco è sormontata da una piccola bandiera Sikh arancione a ricordo di un altro martire; scendiamo e attraversiamo il fiume di macchine e autorichshaw per infilarci in un vicolo: passato un ragazzo che, usando le mani come pennelli, dipinge di nero una serie di barre metalliche abbiamo trovato, seminascosto, un altare a Kalì con un suo inquietante avatar, è dunque questa la Yuga/Età della dea?

venerdì 3 agosto 2007

Sky-clad

Finalmente mi sono dedicato ad un’esplorazione un po’ più approfondita dell’hardcore di Delhi, vale a dire Shahjahanabadh e dintorni. Devo dire che però erano i tempi giusti, sono stato contento di scoprirmi infatti ormai del tutto rilassato anche nella calca, o quando affrontato da procacciatori di affari e questuanti. Poi ormai un po’ ho letto della storia della città e tutto vedendolo acquista un altro senso. Ho seguito gli itinerari raccolti in un libretto da 2 puntigliose sciure inglesi –solo loro del resto sarebbero state in grado di scrivere cose del tipo “è il 24esimo negozio sulla destra dal punto in cui ti trovi…”- che mi hanno guidato nel labirinto del bazar con precisione millimetrica. Ho cominciato con il tempio Jain che dà sul Forte Rosso ed è stata subito un’esperienza notevole. I Jaina sono del resto degli estremisti dell’etica, figurati se non ne rimanevo affascinato. A quanto ho capito, e spero di non scrivere eresie, non credono nell’intervento divino nella storia personale dell’individuo, per cui il processo di purificazione/liberazione e il cammino verso l’illuminazione è tutto personale. Non si pregano vere e proprie divinità, ma un insieme di 24 ‘santi’ che sono stati capaci di raggiungere il nirvana. L’Etica Jain ha come cardini una serie di concetti che hanno influenzato Gandhi in maniera evidente: il culto dell’Ahimsa - non-violenza, della Satya – verità, ma anche della Brahmacharya – castità e del Aparigraha – non-possesso, sono tutti elementi da lui applicati nella vita dell’Ashram e non solo, e in fondo sono i tratti per cui, ad un primo piano di conoscenza, viene di solito ricordato in Occidente.
Sulle antinomie dell’essere la filosofia Jain si fa ai miei occhi ancora oscura, e non oso certo scriverne qui qualcosa. E’ evidente però che i tratti esteriori del culto e la liturgia sono ciò che colpisce subito chi, come me, ne era ad oggi del tutto ignorante. Le offerte di riso, il ‘lavaggio’quotidiano dei Tirthankaras con il latte, la pasta di sandalo successivamente applicata, seguono un codice rituale elaborato e stratificato nei secoli che impressiona. A guardare l’accensione degli incensi pensavo quanto il trading floor del LSE fosse distante non solo nello spazio, ma anche nel tempo. A vivere qui mi si rinnova quasi quotidianamente la meraviglia di quanto in questo piccolo mondo si possa vivere in condizioni e sistemi di pensiero spudoratamente differenti.
Il percorso della distruzione dei kharma può essere affrontato con maggiore o minore radicalismo; al livello più alto di determinazione ci sono ovviamente i monaci, che dividono i Jain in 2 affascinanti scuole di pensiero: nel percorso di mortificazione e rinuncia l’abito è dagli uni concesso, ma esclusivamente di leggerissimo lino bianco, dagli altri è escluso che la liberazione non passi attraverso l’essere ‘vestiti di solo cielo’, ossia i monaci, secondo la fantastica espressione inglese, should only wear their birthday suit. Io ho negli occhi la figura di un imponente Buddha vivente, rasato e seduto su un essenziale scranno di legno, completamente assorto nella lettura di un minuscolo libriccino di scritture - la cui misura faceva quindi straordinario contrasto con la mole dell’uomo - e le cui sole reni, come per l’appunto prescritto, erano avvolte nel lino – un’ immagine d’antonomasia per il termine ‘fuori dal tempo’.

Vavavuma

Ebbane sì, dopo aver detto peste e corna dei SUV tra le strade romane, abbiamo finito per prenderne uno noi in India... eccovi il nostro nuovo cubo su ruote, SENZA 4 ruote motrici, SENZA ABS e SENZA freni a disco posteriori... (Praticamente un Ducato del 21esimo sec.)

La molto amata dai Delhiwallah: Mahindra Scorpio!