Le avete chieste? Eccovele:
http://picasaweb.google.com/delhirio/IndiaAprile2007
Courtesy of Paolo C.!
sabato 14 aprile 2007
giovedì 5 aprile 2007
Fenomenologia della locomozione
Palle! Il traffico a Delhi non è caotico, è mistico. A parte che ce n’è molto meno di quanto me ne aspettassi e di quanto leggendo mi fossi preparato a fronteggiare, ma poi soprattutto chi ha affrontato il Muro Torto in un tardo sabato pomeriggio prima di Natale è molto più che vaccinato…
Altro mito da sfatare è che il guidatore indiano sia privo di logica; in realtà segue una serie rigidissima di regole non scritte che proverò, con fatica e senza la pretesa di render loro giustizia, ad elencare. Innanzi tutto i veicoli si possono anch’essi dividere in caste:
Mercedes, i bramini della strada, chi le guida qui non ha raggiunto solo la tranquillità economica, ma evidentemente dimostra anche fede assoluta nel samsara delle carrozzerie, vista che l’incidenza statistica del tamponamento, per quanto lieve, è mostruosamente alta.
Personalmente io vivrei l’avvicinamento degli ‘otoricsou’ (vedi sotto) come un continuo attacco diretto alle coronarie, ma è chiaro che il tantrismo yoga ha garantito ai possessori indiani di Benz l’apertura del chacra della serenità assoluta, beati loro.
Scorpio, la suv della casta guerriera: indomite, fanno del salto di corsia alla cieca lo status symbol della nuova upper middle class.
Maruti Suzuki, middle class per eccellenza, per capire vedasi ‘Pollo al burro a Ludhiana’, rosa shocking le mie favorite. Casta commerciale, le sciure dei quartieri residenziali usano il loro clacson con la grazia del batterista degli Smashing Pumpkins, ma in realtà vogliono solo significare ‘namaste’, annunciano l’arrivo delle loro maestà senza che il mascara si scomponga minimamente. A bordo di solito ci sono una decina di parenti di minore età.
Ambassador governativo ufficiali, fascinose, scomodissime signore della strada, laiche alla Nehru, dal 2001 sulle enormi, mostruose sospensioni posteriori a balestra –modello autoarticolato OM del ’75- viene montato un fantastico rinforzo idraulico verde per cui il retrotreno ballonzola molto più di una 2Cv
Ambassador taxi, i cab di New Delhi, eccezionali… Power Brake, keep distance, enjoy your ride. India spregiudicata del terzo millennio, tra l’Hindutva e il liberalismo. Shiva fluorescente al neon che copre il tachimetro e tassametro coperto da un sari di 5 metri che nasconde con modestia il galoppo taroccato della rupia liberalizzata.
Autobus e Water Tankers, gli equivalenti delle vacche sacre, imprevedibili e di conseguenza molto pericolosi, ma va loro tributato il massimo rispetto.
Autorickshaw (leggi otoricsou, K S dixit, and added with a compassionate grin: ‘but mainly the foreigners call them tuk-tuk’), i driver li considerano i dalit del trasporto urbano, ma per guidarli secondo me ci vuole un coraggio veramente invidiabile: l’angolo visuale non supera i 20 gradi, 10 a ds e 10 a sin rispetto alla focale del guidatore, in curva l’imbarcata è superiore a quella di un Classe America sotto raffica di 40 nodi, gli specchietti sono posizionati all’interno dell’abitacolo e ancora effettivamente ci si interroga sulla loro funzione: studiosi di antropolocomozione suggeriscono un impiego doppio, decorativo e di controllo dei passeggeri.
Moto, a sua volta divise in 3 sottocaste: Royal Enfield, l’Harley Davidson del subcontinente, sogno tutt’altro che nascosto di tutti i driver; Honda Hero e simili, trasversali, anch’esse ovviamente prive di specchietti, spesso guidate da bikers con casco nero a forma –senza scherzi- di pallina da golf; scooter similVespa (I don’t like, K dixit), l’equivalente della Station Wagon americana, trasportano invariabilmente l’intera famiglia, di solito composta da almeno 4 membri, padre guidatore con davanti pimpo abbrancato al manubrio e madre pudicamente e instabilmente seduta di traverso con altro pimpo, di solito addormentato e con capino penzolante a sinistra.
E ora vengasi alle regole di ingaggio, ossia al codice non scritto della strada. Il numero di arterie multicorsia è sorprendente e la qualità dell’asfalto è in generale moolto superiore a quella di Roma, dove l’idea di Foro nell’era Veltroni è quella dei crateri mortali per motociclisti sulla Pineta Sacchetti. Tuttavia come a Roma, e forse anche più, qui il semaforo davvero non impone una regola, ma dà, diciamo, un consiglio. Per compensare la decisione di non seguire il consiglio fornito ci si attacca a manetta al clacson e si va. Il clacson è uno strumento essenziale e viene utilizzato con criteri assolutamente coerenti, ma molto diversi da quelli a cui ero abituato. Suonare innanzi tutto non implica affatto irritazione per una manovra azzardata fatta da altri, nessuno suona con rabbia od ira, fondamentalmente si suona soprattutto per far sapere a quello davanti che si sta sopraggiungendo. Inquinamento acustico? Forse, ma soprattutto necessità: nessuno è fornito di specchietto sul lato opposto a quello del guidatore e, chi ce l’ha, per paura che glielo rompano, tiene debitamente ripiegato anche quello dal lato guida. Non solo, ma la freccia è un accessorio assolutamente in disuso, per cui è fondamentale avvertire chi sta davanti del proprio arrivo, visto che nel caso si decida di girare non ci si preoccuperà minimamente di verificare che non ci sia nessuno alle proprie spalle e sarà invece questi, come stabilisce appunto la regola d’ingaggio nr.1, a dover farsi sentire.
Delhi batte poi anche i record francesi in quanto ad ossessione per le rotonde e la regola d’ingaggio nr.2 ne stabilisce la mistica delle precedenze. E’ infatti rigoroso che l’approccio alla rotonda sia fondamentalmente quello dell’ohm: ci si avvicina al momento, si inspira, si chiudono gli occhi, ci si butta (ohm) e si espira sgasando verso l’uscita prescelta. L’afflato divino garantisce che miracolosamente non succeda quasi mai niente.
E non aspettatevi cose esotiche, cammelli ed elefanti si trovano solo in tangenziale e in autostrada.
(To be continued: nel prossimo capitolo si tratterà in dettaglio del rigore kantiano nell’uso esclusivo degli abbaglianti)
Altro mito da sfatare è che il guidatore indiano sia privo di logica; in realtà segue una serie rigidissima di regole non scritte che proverò, con fatica e senza la pretesa di render loro giustizia, ad elencare. Innanzi tutto i veicoli si possono anch’essi dividere in caste:
Mercedes, i bramini della strada, chi le guida qui non ha raggiunto solo la tranquillità economica, ma evidentemente dimostra anche fede assoluta nel samsara delle carrozzerie, vista che l’incidenza statistica del tamponamento, per quanto lieve, è mostruosamente alta.
Personalmente io vivrei l’avvicinamento degli ‘otoricsou’ (vedi sotto) come un continuo attacco diretto alle coronarie, ma è chiaro che il tantrismo yoga ha garantito ai possessori indiani di Benz l’apertura del chacra della serenità assoluta, beati loro.
Scorpio, la suv della casta guerriera: indomite, fanno del salto di corsia alla cieca lo status symbol della nuova upper middle class.
Maruti Suzuki, middle class per eccellenza, per capire vedasi ‘Pollo al burro a Ludhiana’, rosa shocking le mie favorite. Casta commerciale, le sciure dei quartieri residenziali usano il loro clacson con la grazia del batterista degli Smashing Pumpkins, ma in realtà vogliono solo significare ‘namaste’, annunciano l’arrivo delle loro maestà senza che il mascara si scomponga minimamente. A bordo di solito ci sono una decina di parenti di minore età.
Ambassador governativo ufficiali, fascinose, scomodissime signore della strada, laiche alla Nehru, dal 2001 sulle enormi, mostruose sospensioni posteriori a balestra –modello autoarticolato OM del ’75- viene montato un fantastico rinforzo idraulico verde per cui il retrotreno ballonzola molto più di una 2Cv
Ambassador taxi, i cab di New Delhi, eccezionali… Power Brake, keep distance, enjoy your ride. India spregiudicata del terzo millennio, tra l’Hindutva e il liberalismo. Shiva fluorescente al neon che copre il tachimetro e tassametro coperto da un sari di 5 metri che nasconde con modestia il galoppo taroccato della rupia liberalizzata.
Autobus e Water Tankers, gli equivalenti delle vacche sacre, imprevedibili e di conseguenza molto pericolosi, ma va loro tributato il massimo rispetto.
Autorickshaw (leggi otoricsou, K S dixit, and added with a compassionate grin: ‘but mainly the foreigners call them tuk-tuk’), i driver li considerano i dalit del trasporto urbano, ma per guidarli secondo me ci vuole un coraggio veramente invidiabile: l’angolo visuale non supera i 20 gradi, 10 a ds e 10 a sin rispetto alla focale del guidatore, in curva l’imbarcata è superiore a quella di un Classe America sotto raffica di 40 nodi, gli specchietti sono posizionati all’interno dell’abitacolo e ancora effettivamente ci si interroga sulla loro funzione: studiosi di antropolocomozione suggeriscono un impiego doppio, decorativo e di controllo dei passeggeri.
Moto, a sua volta divise in 3 sottocaste: Royal Enfield, l’Harley Davidson del subcontinente, sogno tutt’altro che nascosto di tutti i driver; Honda Hero e simili, trasversali, anch’esse ovviamente prive di specchietti, spesso guidate da bikers con casco nero a forma –senza scherzi- di pallina da golf; scooter similVespa (I don’t like, K dixit), l’equivalente della Station Wagon americana, trasportano invariabilmente l’intera famiglia, di solito composta da almeno 4 membri, padre guidatore con davanti pimpo abbrancato al manubrio e madre pudicamente e instabilmente seduta di traverso con altro pimpo, di solito addormentato e con capino penzolante a sinistra.
E ora vengasi alle regole di ingaggio, ossia al codice non scritto della strada. Il numero di arterie multicorsia è sorprendente e la qualità dell’asfalto è in generale moolto superiore a quella di Roma, dove l’idea di Foro nell’era Veltroni è quella dei crateri mortali per motociclisti sulla Pineta Sacchetti. Tuttavia come a Roma, e forse anche più, qui il semaforo davvero non impone una regola, ma dà, diciamo, un consiglio. Per compensare la decisione di non seguire il consiglio fornito ci si attacca a manetta al clacson e si va. Il clacson è uno strumento essenziale e viene utilizzato con criteri assolutamente coerenti, ma molto diversi da quelli a cui ero abituato. Suonare innanzi tutto non implica affatto irritazione per una manovra azzardata fatta da altri, nessuno suona con rabbia od ira, fondamentalmente si suona soprattutto per far sapere a quello davanti che si sta sopraggiungendo. Inquinamento acustico? Forse, ma soprattutto necessità: nessuno è fornito di specchietto sul lato opposto a quello del guidatore e, chi ce l’ha, per paura che glielo rompano, tiene debitamente ripiegato anche quello dal lato guida. Non solo, ma la freccia è un accessorio assolutamente in disuso, per cui è fondamentale avvertire chi sta davanti del proprio arrivo, visto che nel caso si decida di girare non ci si preoccuperà minimamente di verificare che non ci sia nessuno alle proprie spalle e sarà invece questi, come stabilisce appunto la regola d’ingaggio nr.1, a dover farsi sentire.
Delhi batte poi anche i record francesi in quanto ad ossessione per le rotonde e la regola d’ingaggio nr.2 ne stabilisce la mistica delle precedenze. E’ infatti rigoroso che l’approccio alla rotonda sia fondamentalmente quello dell’ohm: ci si avvicina al momento, si inspira, si chiudono gli occhi, ci si butta (ohm) e si espira sgasando verso l’uscita prescelta. L’afflato divino garantisce che miracolosamente non succeda quasi mai niente.
E non aspettatevi cose esotiche, cammelli ed elefanti si trovano solo in tangenziale e in autostrada.
(To be continued: nel prossimo capitolo si tratterà in dettaglio del rigore kantiano nell’uso esclusivo degli abbaglianti)
mercoledì 4 aprile 2007
O Roma o morte
N I is fixing the blinds in the lounge when, out of the blue, while banging the hammer on the wall he asks:
'Sir, you are Italian, are you not?'
Yes I am...
'Can I ask you just one question?'
Sure
'Isn'it true that the Vatican is a State within Italy?'
Yes...
'Like Lesotho in South Africa?'
Much smaller...
'The Vatican should belong to the Italian State, the Vatican should belong to Italy!'
Well...
It doesn't even have an airport, am I right?
Yes, it's true...
'The Vatican should belong to Italy, that's all I had to say!'
Ok....?!?
'Sir, you are Italian, are you not?'
Yes I am...
'Can I ask you just one question?'
Sure
'Isn'it true that the Vatican is a State within Italy?'
Yes...
'Like Lesotho in South Africa?'
Much smaller...
'The Vatican should belong to the Italian State, the Vatican should belong to Italy!'
Well...
It doesn't even have an airport, am I right?
Yes, it's true...
'The Vatican should belong to Italy, that's all I had to say!'
Ok....?!?
martedì 3 aprile 2007
The team
lunedì 2 aprile 2007
The journey
ND 06 March 07
Sì, vabbè, ne ho già fatti altri di viaggi ‘al buio’, senza sapere esattamente dove andassi, cosa avrei trovato e come sarebbe cambiata la mia vita; e poi stavolta non ho fortunatamente neanche un secondo per pensare. Sono sfinito, l’ultima settimana ho battuto tutti i miei precedenti record di iperattività e stanchezza, sedermi in aereo è davvero l’agognato traguardo, anche se probabilmente il pensiero della bestia nella stiva non mi farà poi dormire così tranquillo…
Neanche ho messo la sveglia, tanto sapevo che avrei dovuto lavorare tutta notte; Kina ha capito da giorni che c’è qualcosa di strano e mi sta attaccata come un francobollo, se mi siedo o mi sdraio un attimo per riposarmi mi spatascia immeditamente il muso sulla coscia, che tenerezza l’antropocana...
Rido da solo, mi ci mancava solo dover spaccare la fascina dell’Ikea alle 3 del mattino (avete presente? è proprio una fascina di legna che quei furbastri degli svedesi hanno trasformato in elemento di ‘design decorativo’). Nel buio della notte di Mte Mario butto una quintalata di rifiuti e robe inutili, preparo un cartone di detersivi che ammollerò al simpatico (…) F e all’alba finalmente peso le valige, 40 kg… sorbole! Sul mega trasportino di Kina attacco, con lo scotch dei trasportatori, un cartello ridicolo con cognomi, numeri di cellulare e la scritta ‘please handle with care’. Prima che arrivi il van a prenderci devo pure passare in banca a fare il bonifico a quelli degli alimentari, ritirare un po’ di soldi, andare dal Goloso a prendere del formaggio con cui sparare il sedativo a Kina e poi finalmente dare le chiavi a F. Easy, come al solito!
F, che godeva quanto me del fatto che non ci saremo più rivisti, ci ha tenuto a darmi l’ultima sua perla ghignante di saggezza: ‘mio nonno diceva: se vuoi male a qualcuno auguragli che debba cambiar casa’! E che ci volete fare? Volemose ‘bbene!
Le ultime fasi sono di iperconcitazione, in banca ovviamente il collegamento in rete non funziona, invece del van arriva una specie di pulmino a 9 posti e , di nuovo ovviamente, il Goloso è chiuso. Ok, no panic, corro da Angelino che mi regala un po’ di mozzarella, lo saluto pensando già a quanto mi mancheranno i suoi arancini, torno indietro, ritiro finalmente le carte in banca e protubero il pillolozzo tra le fauci della belva.
L’animala è scatenata, abbaia, si divincola… ‘Che carina (?!), come se ghiama?’ Mr, conversazione la facciamo dopo magari, carica il valigiame che mi ci manca solo di perderlo ‘st’ aereo! L’ingresso al GRA da Boccea è intasato di traffico, ‘nnamo bbene! Tanto non ho la forza per arrabbiarmi… La pillola non ha sortito alcun effetto, chiamo il veterinario che mi dà l’ok per una seconda dose prima di partire. Confermo tutto ai trasportatori mentre vedo finalmente il cartello ‘partenze internazionali’. Per fortuna riesco a brancare subito un portantino, che però alla vista della gabbia ci tiene subito a precisare, ‘ahò questo però è bagaglio non convenzionale, se paga deppiù’. Vabbè, vabbè, annnnamooooo!
Eh già, solo che l’Eurofly non ha uffici a Fiumicino, al check-in non c’è anima viva e nessuno mi sa dire cosa fare e dove aspettare. Credo che al banco informazioni abbiano visto il fumo uscirmi dalle narici perché poveretti, per quel che possono si prodigano; alla fine comunque non mi resta che aspettare di fronte al presunto banco del check-in circondato di indiani che sembrano stupiti di Kina quasi che fosse un cammello al casello…
La poveraccia comincia ad avere l’occhio a mezz’asta e non protesta più di tanto quando la caccio dentro alla gabbia, solo che più tardi scopro che anche la gabbia deve passare ai raggi x, e una volta tirata fuori l’animala non ne vuole più sapere di rientrare. La saluto davanti a un mega ascensore, pigola, speriamo vada tutto bene.
Una bellissima hostess finalmente conferma: ‘ho chiesto al Comandante, il suo cane è a bordo, tutto a posto’. Grazie, allora svengo un attimo.
‘Seat for landing’.. Delhi! Non moltissime luci, ma certo più che a Managua, come l’altra volta penso ai racconti di Ramirez e della Belli e finalmente, dopo un interminabile avvicinamento atterriamo. Sì, ma non è finita… ‘mi dispiace informarvi che siamo settimi in coda per il parcheggio’… prima esperienza di traffico asiatico? Altri 45 minuti seduti fermi in aereo mentre S mi messaggia confermandomi che abbiamo tutta la documentazione per la bestia ed è tutto a posto. Finalmente fuori, un po’ stordito, arrivo al controllo passaporti e vedo S, che col suo tipico piglio -quanto mi è mancata!- cerca di sapere da dove arriverà la gabbia. Il papiro di carte si rivela del tutto innecessario, non mi ci mettono su neanche un timbro ricordo! Vabbè, tanto meglio. Ed eccola che eventually ci viene annunciata ‘ the dog is coming’… la scena è veramente ridicola, quando vede S la gabbia comincia a sobbalzare, il suo pigolio di gioia è incontenibile e scatena i sorrisi di tutti gli astanti: vvellcom tu India!
Sì, vabbè, ne ho già fatti altri di viaggi ‘al buio’, senza sapere esattamente dove andassi, cosa avrei trovato e come sarebbe cambiata la mia vita; e poi stavolta non ho fortunatamente neanche un secondo per pensare. Sono sfinito, l’ultima settimana ho battuto tutti i miei precedenti record di iperattività e stanchezza, sedermi in aereo è davvero l’agognato traguardo, anche se probabilmente il pensiero della bestia nella stiva non mi farà poi dormire così tranquillo…
Neanche ho messo la sveglia, tanto sapevo che avrei dovuto lavorare tutta notte; Kina ha capito da giorni che c’è qualcosa di strano e mi sta attaccata come un francobollo, se mi siedo o mi sdraio un attimo per riposarmi mi spatascia immeditamente il muso sulla coscia, che tenerezza l’antropocana...
Rido da solo, mi ci mancava solo dover spaccare la fascina dell’Ikea alle 3 del mattino (avete presente? è proprio una fascina di legna che quei furbastri degli svedesi hanno trasformato in elemento di ‘design decorativo’). Nel buio della notte di Mte Mario butto una quintalata di rifiuti e robe inutili, preparo un cartone di detersivi che ammollerò al simpatico (…) F e all’alba finalmente peso le valige, 40 kg… sorbole! Sul mega trasportino di Kina attacco, con lo scotch dei trasportatori, un cartello ridicolo con cognomi, numeri di cellulare e la scritta ‘please handle with care’. Prima che arrivi il van a prenderci devo pure passare in banca a fare il bonifico a quelli degli alimentari, ritirare un po’ di soldi, andare dal Goloso a prendere del formaggio con cui sparare il sedativo a Kina e poi finalmente dare le chiavi a F. Easy, come al solito!
F, che godeva quanto me del fatto che non ci saremo più rivisti, ci ha tenuto a darmi l’ultima sua perla ghignante di saggezza: ‘mio nonno diceva: se vuoi male a qualcuno auguragli che debba cambiar casa’! E che ci volete fare? Volemose ‘bbene!
Le ultime fasi sono di iperconcitazione, in banca ovviamente il collegamento in rete non funziona, invece del van arriva una specie di pulmino a 9 posti e , di nuovo ovviamente, il Goloso è chiuso. Ok, no panic, corro da Angelino che mi regala un po’ di mozzarella, lo saluto pensando già a quanto mi mancheranno i suoi arancini, torno indietro, ritiro finalmente le carte in banca e protubero il pillolozzo tra le fauci della belva.
L’animala è scatenata, abbaia, si divincola… ‘Che carina (?!), come se ghiama?’ Mr, conversazione la facciamo dopo magari, carica il valigiame che mi ci manca solo di perderlo ‘st’ aereo! L’ingresso al GRA da Boccea è intasato di traffico, ‘nnamo bbene! Tanto non ho la forza per arrabbiarmi… La pillola non ha sortito alcun effetto, chiamo il veterinario che mi dà l’ok per una seconda dose prima di partire. Confermo tutto ai trasportatori mentre vedo finalmente il cartello ‘partenze internazionali’. Per fortuna riesco a brancare subito un portantino, che però alla vista della gabbia ci tiene subito a precisare, ‘ahò questo però è bagaglio non convenzionale, se paga deppiù’. Vabbè, vabbè, annnnamooooo!
Eh già, solo che l’Eurofly non ha uffici a Fiumicino, al check-in non c’è anima viva e nessuno mi sa dire cosa fare e dove aspettare. Credo che al banco informazioni abbiano visto il fumo uscirmi dalle narici perché poveretti, per quel che possono si prodigano; alla fine comunque non mi resta che aspettare di fronte al presunto banco del check-in circondato di indiani che sembrano stupiti di Kina quasi che fosse un cammello al casello…
La poveraccia comincia ad avere l’occhio a mezz’asta e non protesta più di tanto quando la caccio dentro alla gabbia, solo che più tardi scopro che anche la gabbia deve passare ai raggi x, e una volta tirata fuori l’animala non ne vuole più sapere di rientrare. La saluto davanti a un mega ascensore, pigola, speriamo vada tutto bene.
Una bellissima hostess finalmente conferma: ‘ho chiesto al Comandante, il suo cane è a bordo, tutto a posto’. Grazie, allora svengo un attimo.
‘Seat for landing’.. Delhi! Non moltissime luci, ma certo più che a Managua, come l’altra volta penso ai racconti di Ramirez e della Belli e finalmente, dopo un interminabile avvicinamento atterriamo. Sì, ma non è finita… ‘mi dispiace informarvi che siamo settimi in coda per il parcheggio’… prima esperienza di traffico asiatico? Altri 45 minuti seduti fermi in aereo mentre S mi messaggia confermandomi che abbiamo tutta la documentazione per la bestia ed è tutto a posto. Finalmente fuori, un po’ stordito, arrivo al controllo passaporti e vedo S, che col suo tipico piglio -quanto mi è mancata!- cerca di sapere da dove arriverà la gabbia. Il papiro di carte si rivela del tutto innecessario, non mi ci mettono su neanche un timbro ricordo! Vabbè, tanto meglio. Ed eccola che eventually ci viene annunciata ‘ the dog is coming’… la scena è veramente ridicola, quando vede S la gabbia comincia a sobbalzare, il suo pigolio di gioia è incontenibile e scatena i sorrisi di tutti gli astanti: vvellcom tu India!
domenica 1 aprile 2007
Water, water!
ND 13 March 07
Le ultime parole famose: quando arrivo a Delhi vado in vacanza, non muovo un dito per almeno 10 giorni.. come no! La casa mi piace ma c’è parecchio da fare e quando arriva la squadra di operai non riesco nemmeno a capire chi è il supervisore. Dopo una giornata estenuante di misunderstandings con carpentieri, idraulici, pittori e quant’altro alle 7 con S decidiamo di andare a cenare a Connaught Place, torniamo dopo poco più di 2 ore e le guardie ci accolgono al grido di ‘water, water!’.. Eh, già.. qualche brillantone ha visto bene di lasciare aperto il rubinetto di cucina che ancora andava a tutta manetta e avendo tutti gli scarichi otturati ci siamo ritrovati con 3 dita d’acqua in tutta casa… Kina s’era rifugiata in un angolo e con le zampe a mollo tremava come una foglia. Per fortuna il divano letto si era salvato perché posizionato su un punto del pavimento leggermente sopraelevato; per il resto, un disastro. Con un solo straccio a disposizione e 2 secchi di quelli della vernice siamo andati avanti fino a mezzanotte a dragare il tutto. Easy life! Dopo ho perso i sensi e dormito 7 ore un sonno sordo anche ai sogni.
Le ultime parole famose: quando arrivo a Delhi vado in vacanza, non muovo un dito per almeno 10 giorni.. come no! La casa mi piace ma c’è parecchio da fare e quando arriva la squadra di operai non riesco nemmeno a capire chi è il supervisore. Dopo una giornata estenuante di misunderstandings con carpentieri, idraulici, pittori e quant’altro alle 7 con S decidiamo di andare a cenare a Connaught Place, torniamo dopo poco più di 2 ore e le guardie ci accolgono al grido di ‘water, water!’.. Eh, già.. qualche brillantone ha visto bene di lasciare aperto il rubinetto di cucina che ancora andava a tutta manetta e avendo tutti gli scarichi otturati ci siamo ritrovati con 3 dita d’acqua in tutta casa… Kina s’era rifugiata in un angolo e con le zampe a mollo tremava come una foglia. Per fortuna il divano letto si era salvato perché posizionato su un punto del pavimento leggermente sopraelevato; per il resto, un disastro. Con un solo straccio a disposizione e 2 secchi di quelli della vernice siamo andati avanti fino a mezzanotte a dragare il tutto. Easy life! Dopo ho perso i sensi e dormito 7 ore un sonno sordo anche ai sogni.
Hawks, parrots and street dogs
ND 12 March 07
I like Jor Bagh, it’s sufficiently safe and surreal to make me happy. Our house is on the corner of a little square with a fenced cricket field in the middle surrounded by a few Jacaranda trees. Given my Nicaraguan experience this is definitely heaven. I can even walk Kina at night without any fear whatsoever. Well actually there is a little danger but it doesn’t come from humans, it comes from the many street dogs that are so common around here. In particular there is a pack of dingoes that reigns in the neighbouring block and that don’t make me feel particularly comfortable when I’m with our little scared black furry thing. We noticed dog owners always carry a walking stick when they stroll with their puppies, so I thought I could have my take on that... and I bought a cricket bat! The bloody thing it’s quite nice but heavy and I’m not sure if it makes me look a sportsman or a perfect idiot.
Nature is flamboyant around here, if we were lucky we could have had tiny red-breasted birds on the balcony in Rome, while in Jor Bagh when I pop in the garden in the mornings I am saluted by at least 4 couples of small hawks that fly in circles over the roofs. Tropical parrots chase each over through the Jacaranda leaves and little grey squirrels are all over the place. This is something that makes some parts of Delhi similar to Managua, you face the same contrast between amazing nature and amazing poverty. On the way back home from lunch, to give you an example, at a traffic light we were offered a little show by 2 children who couldn’t have been older than 5: the little dirty boy sported some fake moustaches painted under his nose and played incoherently a drum while this poor girl performed an awesome number twitching his tiny arms in order for an iron ring to pass continuously from the back to the front of her chest. It was overwhelming, I couldn’t look at them in the eyes.
I like Jor Bagh, it’s sufficiently safe and surreal to make me happy. Our house is on the corner of a little square with a fenced cricket field in the middle surrounded by a few Jacaranda trees. Given my Nicaraguan experience this is definitely heaven. I can even walk Kina at night without any fear whatsoever. Well actually there is a little danger but it doesn’t come from humans, it comes from the many street dogs that are so common around here. In particular there is a pack of dingoes that reigns in the neighbouring block and that don’t make me feel particularly comfortable when I’m with our little scared black furry thing. We noticed dog owners always carry a walking stick when they stroll with their puppies, so I thought I could have my take on that... and I bought a cricket bat! The bloody thing it’s quite nice but heavy and I’m not sure if it makes me look a sportsman or a perfect idiot.
Nature is flamboyant around here, if we were lucky we could have had tiny red-breasted birds on the balcony in Rome, while in Jor Bagh when I pop in the garden in the mornings I am saluted by at least 4 couples of small hawks that fly in circles over the roofs. Tropical parrots chase each over through the Jacaranda leaves and little grey squirrels are all over the place. This is something that makes some parts of Delhi similar to Managua, you face the same contrast between amazing nature and amazing poverty. On the way back home from lunch, to give you an example, at a traffic light we were offered a little show by 2 children who couldn’t have been older than 5: the little dirty boy sported some fake moustaches painted under his nose and played incoherently a drum while this poor girl performed an awesome number twitching his tiny arms in order for an iron ring to pass continuously from the back to the front of her chest. It was overwhelming, I couldn’t look at them in the eyes.
Division of labour
ND 12 March 07
S ha stilato con Mr B una lista, notevole, dei lavori da fare in casa e Mr G ha mandato una sua squadra di operai. Su questi pochi giorni passati con loro ci sarebbe già da scrivere un libro… Forniti di strumenti rudimentali fanno orari massacranti, sono equipaggiati di una flemma disarmante, sorridenti e perplessi di fronte a noi 2 marziani (rigorosamente Sir and Ma’m), mi forniscono una bella dose quotidiana di ‘food for thought’. La caratteristica che più salta agli occhi è che obbediscono ad una divisione del lavoro impressionante per rigidità: chi spazza, spazza e basta, e così chi dipinge, chi piastrella o ha altre mansioni. Il famoso multitasking è un concetto del tutto sconosciuto. E’ il coordinamento delle attività che ha dello straordinario: il pittore non si porta né scala né pennello, c’è chi lo fa per lui, e questo valga anche per tutti gli altri mestieri, con il risultato che i tempi sono sempre biblici. La barriera linguistica è mostruosa e spero davvero di avere tempo, capacità e modo di imparare almeno un po’ di Hindi perché tutto davvero risulta altrimenti molto complicato. Ogni richiesta viene invariabilmente assecondata dal dondolio di assenso della testa ed è tutto un ‘tikka tikka’ anche se poi niente viene fatto al momento della richiesta stessa. Dopo aver ripetuto la cosa tutto il giorno di solito a metà pomeriggio cominciano a risponderti ‘morning’ ossia domani.
La fresa tace, meglio vada a controllare che succede…
S ha stilato con Mr B una lista, notevole, dei lavori da fare in casa e Mr G ha mandato una sua squadra di operai. Su questi pochi giorni passati con loro ci sarebbe già da scrivere un libro… Forniti di strumenti rudimentali fanno orari massacranti, sono equipaggiati di una flemma disarmante, sorridenti e perplessi di fronte a noi 2 marziani (rigorosamente Sir and Ma’m), mi forniscono una bella dose quotidiana di ‘food for thought’. La caratteristica che più salta agli occhi è che obbediscono ad una divisione del lavoro impressionante per rigidità: chi spazza, spazza e basta, e così chi dipinge, chi piastrella o ha altre mansioni. Il famoso multitasking è un concetto del tutto sconosciuto. E’ il coordinamento delle attività che ha dello straordinario: il pittore non si porta né scala né pennello, c’è chi lo fa per lui, e questo valga anche per tutti gli altri mestieri, con il risultato che i tempi sono sempre biblici. La barriera linguistica è mostruosa e spero davvero di avere tempo, capacità e modo di imparare almeno un po’ di Hindi perché tutto davvero risulta altrimenti molto complicato. Ogni richiesta viene invariabilmente assecondata dal dondolio di assenso della testa ed è tutto un ‘tikka tikka’ anche se poi niente viene fatto al momento della richiesta stessa. Dopo aver ripetuto la cosa tutto il giorno di solito a metà pomeriggio cominciano a risponderti ‘morning’ ossia domani.
La fresa tace, meglio vada a controllare che succede…
Jor Bagh area: Diagonale * diagonale moltiplicato 4
ND 10 March 07
S. era preoccupata che non mi piacesse, dopo aver visto almeno 20 case credo che l’abbiano presa anche un po’ per sfinimento. Ma a me il posto piace proprio invece, anche se dopo quasi una settimana a star dietro agli operai stamattina mi è preso un po’ lo sconforto (Ma’m, 3 days all done… e siamo a 2 settimane). In teoria oggi dovrebbero metterci le mattonelle sotto il lavello di cucina, ma l’operazione, come al solito, sembra titanica… c’è uno scolo dell’acqua e quindi le mattonelle vanno tagliate per lasciare il buco. Sembra facile! La discussione va avanti da tutta la mattina (è quasi mezzogiorno) e quando ho visto collegare la fresa alla presa senza spina ma direttamente coi cavi elettrici, ho temuto di stare per essere testimone di una morte bianca… fatto sta che la fresa è alla fine partita e da troppo ormai ne sento il rumore, ma ancora non oso andare a vedere il risultato.
Poi ci sarebbe da mettere a posto l’anta del nostro armadio a muro; dopo una quindicina di minuti di martellate, è finalmente arrivata la tautologia: “Sir, need changing”… Evidentemente è uscito il numero 3, diceva Frassica…
Dell’elettricista ancora nessuna traccia, e neppure del giardiniere, Mali, che appare e scompare come Houdini. Mali merita una menzione speciale: brizzolato, un metro e 50 scarso, pashmina e gilet logori, rigorosamente a piedi nudi quando va su e giù per il giardino, si è presentato sua sponte come il già giardiniere di Mr.G., il proprietario di casa. Professionale, porta 2 campioni di erba, a mio avviso esattamente uguali, che a suo dire avevano caratteristiche però diversissime e prezzi altrettanto diversi. Poi propone una serie di piantine ornamentali da mettere lungo il perimetro e infine spara il preventivo, 12 rupie al piede quadrato = 12000 rupie più un mensile di 6000 per venire tutti i giorni a curare il suo lavoro. Da come lo ha detto era evidente che non ci credeva nemmeno lui. Dal mitico Mr B ho appreso che in realtà un giusto prezzo per un giardiniere e di 500, 600 rupie e su quello, dopo scarsissima resistenza, ci siamo subito accordati. Ma il meglio è venuto con la misura del giardino… 1000 piedi quadrati, già ad occhio sembrava un’enormità, e così, armato di metro provvisto anche delle unità imperiali, branco Mali per una verifica. Imperterrito Mali a gesti indica di voler misurare le 2 diagonali e la mia perplessità, visto che stiamo parlando di un rettangolino quasi perfetto, non lo smuove. Finalmente lo dissuado, risultato: 20*24 piedi, meno della metà del previsto… Il basito Mali se ne va via con sole 5000 rupie, tornerà?
S. era preoccupata che non mi piacesse, dopo aver visto almeno 20 case credo che l’abbiano presa anche un po’ per sfinimento. Ma a me il posto piace proprio invece, anche se dopo quasi una settimana a star dietro agli operai stamattina mi è preso un po’ lo sconforto (Ma’m, 3 days all done… e siamo a 2 settimane). In teoria oggi dovrebbero metterci le mattonelle sotto il lavello di cucina, ma l’operazione, come al solito, sembra titanica… c’è uno scolo dell’acqua e quindi le mattonelle vanno tagliate per lasciare il buco. Sembra facile! La discussione va avanti da tutta la mattina (è quasi mezzogiorno) e quando ho visto collegare la fresa alla presa senza spina ma direttamente coi cavi elettrici, ho temuto di stare per essere testimone di una morte bianca… fatto sta che la fresa è alla fine partita e da troppo ormai ne sento il rumore, ma ancora non oso andare a vedere il risultato.
Poi ci sarebbe da mettere a posto l’anta del nostro armadio a muro; dopo una quindicina di minuti di martellate, è finalmente arrivata la tautologia: “Sir, need changing”… Evidentemente è uscito il numero 3, diceva Frassica…
Dell’elettricista ancora nessuna traccia, e neppure del giardiniere, Mali, che appare e scompare come Houdini. Mali merita una menzione speciale: brizzolato, un metro e 50 scarso, pashmina e gilet logori, rigorosamente a piedi nudi quando va su e giù per il giardino, si è presentato sua sponte come il già giardiniere di Mr.G., il proprietario di casa. Professionale, porta 2 campioni di erba, a mio avviso esattamente uguali, che a suo dire avevano caratteristiche però diversissime e prezzi altrettanto diversi. Poi propone una serie di piantine ornamentali da mettere lungo il perimetro e infine spara il preventivo, 12 rupie al piede quadrato = 12000 rupie più un mensile di 6000 per venire tutti i giorni a curare il suo lavoro. Da come lo ha detto era evidente che non ci credeva nemmeno lui. Dal mitico Mr B ho appreso che in realtà un giusto prezzo per un giardiniere e di 500, 600 rupie e su quello, dopo scarsissima resistenza, ci siamo subito accordati. Ma il meglio è venuto con la misura del giardino… 1000 piedi quadrati, già ad occhio sembrava un’enormità, e così, armato di metro provvisto anche delle unità imperiali, branco Mali per una verifica. Imperterrito Mali a gesti indica di voler misurare le 2 diagonali e la mia perplessità, visto che stiamo parlando di un rettangolino quasi perfetto, non lo smuove. Finalmente lo dissuado, risultato: 20*24 piedi, meno della metà del previsto… Il basito Mali se ne va via con sole 5000 rupie, tornerà?
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