Palle! Il traffico a Delhi non è caotico, è mistico. A parte che ce n’è molto meno di quanto me ne aspettassi e di quanto leggendo mi fossi preparato a fronteggiare, ma poi soprattutto chi ha affrontato il Muro Torto in un tardo sabato pomeriggio prima di Natale è molto più che vaccinato…
Altro mito da sfatare è che il guidatore indiano sia privo di logica; in realtà segue una serie rigidissima di regole non scritte che proverò, con fatica e senza la pretesa di render loro giustizia, ad elencare. Innanzi tutto i veicoli si possono anch’essi dividere in caste:
Mercedes, i bramini della strada, chi le guida qui non ha raggiunto solo la tranquillità economica, ma evidentemente dimostra anche fede assoluta nel samsara delle carrozzerie, vista che l’incidenza statistica del tamponamento, per quanto lieve, è mostruosamente alta.
Personalmente io vivrei l’avvicinamento degli ‘otoricsou’ (vedi sotto) come un continuo attacco diretto alle coronarie, ma è chiaro che il tantrismo yoga ha garantito ai possessori indiani di Benz l’apertura del chacra della serenità assoluta, beati loro.
Scorpio, la suv della casta guerriera: indomite, fanno del salto di corsia alla cieca lo status symbol della nuova upper middle class.
Maruti Suzuki, middle class per eccellenza, per capire vedasi ‘Pollo al burro a Ludhiana’, rosa shocking le mie favorite. Casta commerciale, le sciure dei quartieri residenziali usano il loro clacson con la grazia del batterista degli Smashing Pumpkins, ma in realtà vogliono solo significare ‘namaste’, annunciano l’arrivo delle loro maestà senza che il mascara si scomponga minimamente. A bordo di solito ci sono una decina di parenti di minore età.
Ambassador governativo ufficiali, fascinose, scomodissime signore della strada, laiche alla Nehru, dal 2001 sulle enormi, mostruose sospensioni posteriori a balestra –modello autoarticolato OM del ’75- viene montato un fantastico rinforzo idraulico verde per cui il retrotreno ballonzola molto più di una 2Cv
Ambassador taxi, i cab di New Delhi, eccezionali… Power Brake, keep distance, enjoy your ride. India spregiudicata del terzo millennio, tra l’Hindutva e il liberalismo. Shiva fluorescente al neon che copre il tachimetro e tassametro coperto da un sari di 5 metri che nasconde con modestia il galoppo taroccato della rupia liberalizzata.
Autobus e Water Tankers, gli equivalenti delle vacche sacre, imprevedibili e di conseguenza molto pericolosi, ma va loro tributato il massimo rispetto.
Autorickshaw (leggi otoricsou, K S dixit, and added with a compassionate grin: ‘but mainly the foreigners call them tuk-tuk’), i driver li considerano i dalit del trasporto urbano, ma per guidarli secondo me ci vuole un coraggio veramente invidiabile: l’angolo visuale non supera i 20 gradi, 10 a ds e 10 a sin rispetto alla focale del guidatore, in curva l’imbarcata è superiore a quella di un Classe America sotto raffica di 40 nodi, gli specchietti sono posizionati all’interno dell’abitacolo e ancora effettivamente ci si interroga sulla loro funzione: studiosi di antropolocomozione suggeriscono un impiego doppio, decorativo e di controllo dei passeggeri.
Moto, a sua volta divise in 3 sottocaste: Royal Enfield, l’Harley Davidson del subcontinente, sogno tutt’altro che nascosto di tutti i driver; Honda Hero e simili, trasversali, anch’esse ovviamente prive di specchietti, spesso guidate da bikers con casco nero a forma –senza scherzi- di pallina da golf; scooter similVespa (I don’t like, K dixit), l’equivalente della Station Wagon americana, trasportano invariabilmente l’intera famiglia, di solito composta da almeno 4 membri, padre guidatore con davanti pimpo abbrancato al manubrio e madre pudicamente e instabilmente seduta di traverso con altro pimpo, di solito addormentato e con capino penzolante a sinistra.
E ora vengasi alle regole di ingaggio, ossia al codice non scritto della strada. Il numero di arterie multicorsia è sorprendente e la qualità dell’asfalto è in generale moolto superiore a quella di Roma, dove l’idea di Foro nell’era Veltroni è quella dei crateri mortali per motociclisti sulla Pineta Sacchetti. Tuttavia come a Roma, e forse anche più, qui il semaforo davvero non impone una regola, ma dà, diciamo, un consiglio. Per compensare la decisione di non seguire il consiglio fornito ci si attacca a manetta al clacson e si va. Il clacson è uno strumento essenziale e viene utilizzato con criteri assolutamente coerenti, ma molto diversi da quelli a cui ero abituato. Suonare innanzi tutto non implica affatto irritazione per una manovra azzardata fatta da altri, nessuno suona con rabbia od ira, fondamentalmente si suona soprattutto per far sapere a quello davanti che si sta sopraggiungendo. Inquinamento acustico? Forse, ma soprattutto necessità: nessuno è fornito di specchietto sul lato opposto a quello del guidatore e, chi ce l’ha, per paura che glielo rompano, tiene debitamente ripiegato anche quello dal lato guida. Non solo, ma la freccia è un accessorio assolutamente in disuso, per cui è fondamentale avvertire chi sta davanti del proprio arrivo, visto che nel caso si decida di girare non ci si preoccuperà minimamente di verificare che non ci sia nessuno alle proprie spalle e sarà invece questi, come stabilisce appunto la regola d’ingaggio nr.1, a dover farsi sentire.
Delhi batte poi anche i record francesi in quanto ad ossessione per le rotonde e la regola d’ingaggio nr.2 ne stabilisce la mistica delle precedenze. E’ infatti rigoroso che l’approccio alla rotonda sia fondamentalmente quello dell’ohm: ci si avvicina al momento, si inspira, si chiudono gli occhi, ci si butta (ohm) e si espira sgasando verso l’uscita prescelta. L’afflato divino garantisce che miracolosamente non succeda quasi mai niente.
E non aspettatevi cose esotiche, cammelli ed elefanti si trovano solo in tangenziale e in autostrada.
(To be continued: nel prossimo capitolo si tratterà in dettaglio del rigore kantiano nell’uso esclusivo degli abbaglianti)
Altro mito da sfatare è che il guidatore indiano sia privo di logica; in realtà segue una serie rigidissima di regole non scritte che proverò, con fatica e senza la pretesa di render loro giustizia, ad elencare. Innanzi tutto i veicoli si possono anch’essi dividere in caste:
Mercedes, i bramini della strada, chi le guida qui non ha raggiunto solo la tranquillità economica, ma evidentemente dimostra anche fede assoluta nel samsara delle carrozzerie, vista che l’incidenza statistica del tamponamento, per quanto lieve, è mostruosamente alta.
Personalmente io vivrei l’avvicinamento degli ‘otoricsou’ (vedi sotto) come un continuo attacco diretto alle coronarie, ma è chiaro che il tantrismo yoga ha garantito ai possessori indiani di Benz l’apertura del chacra della serenità assoluta, beati loro.
Scorpio, la suv della casta guerriera: indomite, fanno del salto di corsia alla cieca lo status symbol della nuova upper middle class.
Maruti Suzuki, middle class per eccellenza, per capire vedasi ‘Pollo al burro a Ludhiana’, rosa shocking le mie favorite. Casta commerciale, le sciure dei quartieri residenziali usano il loro clacson con la grazia del batterista degli Smashing Pumpkins, ma in realtà vogliono solo significare ‘namaste’, annunciano l’arrivo delle loro maestà senza che il mascara si scomponga minimamente. A bordo di solito ci sono una decina di parenti di minore età.
Ambassador governativo ufficiali, fascinose, scomodissime signore della strada, laiche alla Nehru, dal 2001 sulle enormi, mostruose sospensioni posteriori a balestra –modello autoarticolato OM del ’75- viene montato un fantastico rinforzo idraulico verde per cui il retrotreno ballonzola molto più di una 2Cv
Ambassador taxi, i cab di New Delhi, eccezionali… Power Brake, keep distance, enjoy your ride. India spregiudicata del terzo millennio, tra l’Hindutva e il liberalismo. Shiva fluorescente al neon che copre il tachimetro e tassametro coperto da un sari di 5 metri che nasconde con modestia il galoppo taroccato della rupia liberalizzata.
Autobus e Water Tankers, gli equivalenti delle vacche sacre, imprevedibili e di conseguenza molto pericolosi, ma va loro tributato il massimo rispetto.
Autorickshaw (leggi otoricsou, K S dixit, and added with a compassionate grin: ‘but mainly the foreigners call them tuk-tuk’), i driver li considerano i dalit del trasporto urbano, ma per guidarli secondo me ci vuole un coraggio veramente invidiabile: l’angolo visuale non supera i 20 gradi, 10 a ds e 10 a sin rispetto alla focale del guidatore, in curva l’imbarcata è superiore a quella di un Classe America sotto raffica di 40 nodi, gli specchietti sono posizionati all’interno dell’abitacolo e ancora effettivamente ci si interroga sulla loro funzione: studiosi di antropolocomozione suggeriscono un impiego doppio, decorativo e di controllo dei passeggeri.
Moto, a sua volta divise in 3 sottocaste: Royal Enfield, l’Harley Davidson del subcontinente, sogno tutt’altro che nascosto di tutti i driver; Honda Hero e simili, trasversali, anch’esse ovviamente prive di specchietti, spesso guidate da bikers con casco nero a forma –senza scherzi- di pallina da golf; scooter similVespa (I don’t like, K dixit), l’equivalente della Station Wagon americana, trasportano invariabilmente l’intera famiglia, di solito composta da almeno 4 membri, padre guidatore con davanti pimpo abbrancato al manubrio e madre pudicamente e instabilmente seduta di traverso con altro pimpo, di solito addormentato e con capino penzolante a sinistra.
E ora vengasi alle regole di ingaggio, ossia al codice non scritto della strada. Il numero di arterie multicorsia è sorprendente e la qualità dell’asfalto è in generale moolto superiore a quella di Roma, dove l’idea di Foro nell’era Veltroni è quella dei crateri mortali per motociclisti sulla Pineta Sacchetti. Tuttavia come a Roma, e forse anche più, qui il semaforo davvero non impone una regola, ma dà, diciamo, un consiglio. Per compensare la decisione di non seguire il consiglio fornito ci si attacca a manetta al clacson e si va. Il clacson è uno strumento essenziale e viene utilizzato con criteri assolutamente coerenti, ma molto diversi da quelli a cui ero abituato. Suonare innanzi tutto non implica affatto irritazione per una manovra azzardata fatta da altri, nessuno suona con rabbia od ira, fondamentalmente si suona soprattutto per far sapere a quello davanti che si sta sopraggiungendo. Inquinamento acustico? Forse, ma soprattutto necessità: nessuno è fornito di specchietto sul lato opposto a quello del guidatore e, chi ce l’ha, per paura che glielo rompano, tiene debitamente ripiegato anche quello dal lato guida. Non solo, ma la freccia è un accessorio assolutamente in disuso, per cui è fondamentale avvertire chi sta davanti del proprio arrivo, visto che nel caso si decida di girare non ci si preoccuperà minimamente di verificare che non ci sia nessuno alle proprie spalle e sarà invece questi, come stabilisce appunto la regola d’ingaggio nr.1, a dover farsi sentire.
Delhi batte poi anche i record francesi in quanto ad ossessione per le rotonde e la regola d’ingaggio nr.2 ne stabilisce la mistica delle precedenze. E’ infatti rigoroso che l’approccio alla rotonda sia fondamentalmente quello dell’ohm: ci si avvicina al momento, si inspira, si chiudono gli occhi, ci si butta (ohm) e si espira sgasando verso l’uscita prescelta. L’afflato divino garantisce che miracolosamente non succeda quasi mai niente.
E non aspettatevi cose esotiche, cammelli ed elefanti si trovano solo in tangenziale e in autostrada.
(To be continued: nel prossimo capitolo si tratterà in dettaglio del rigore kantiano nell’uso esclusivo degli abbaglianti)
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