mercoledì 10 settembre 2008

Von Clausewitz

Sul passo di Dochu La (3140m) la Regina ha fatto erigere, nel 2005, 108 chortens –piccole cappelle votive- come ammenda per le morti causate dalla cacciata dei militanti Assamesi dal sud del paese avvenuta nel 2003.
Per anni, infatti, i militanti separatisti dello United Liberation Front of Assam (ULFA), ma anche i gruppi tribali dei Bodo, come la Bodo Liberation Tiger Force o la Bodo Security Force, hanno mantenuto basi nelle quasi impenetrabili giungle del sud Bhutan, da cui poi venivano organizzati attentati in India.
Nel Dicembre 2003, il Quarto Re –o Druk Gyalpo- Jigme Singye Wangchuck ritenne che tutti i tentativi di mediazione pacifica possibile si fossero esauriti e, messosi al comando dell’ Esercito Reale, ha guidato alla vittoria un manipolo di soldati, nonostante le difficoltà del terreno e l’inferiorità numerica.

La narrazione di Tuono delle gesta del suo Re è da antologia epica, e le scene di battaglia descritte somigliano molto a quelle dello scontro finale del Signore degli Anelli. Druk Gyalpo Jigme come un novello Ulisse, pure lui polutropos os mala polla, fubbo come una faina, che avrebbe fatto avvicinare i soldati agli accampamenti dei militanti travestiti da monaci, con le armi mimetizzate dai teli gialli di seta con cui normalmente vengono coperti i testi che riportano gli insegnamenti del Buddha.
Praticamente un Von Clausewitz dell’ Himalaya, protetto dalle divinità tantriche, che avrebbero fatto prendere ai soldati butanesi sembianze spaventose come quelle di Chana Dorje – Dio della Potenza e della Vittoria- terrorizzando i membri dell’ULFA e facendoli capitolare con una fuga immediata.

martedì 9 settembre 2008

Peace of Mind

-Nel chiostro un uomo di mezz’età, grosso e con i denti tutti rovinati dal paan, è seduto accanto a un banchetto e rumina rosso-

Quelli sono rotoli di bandiere da preghiera giusto?
Possiamo prenderle, le attaccheremo poi a Dochu La, al passo sulla strada per Punakha

Sì, ma bisogna scegliere il colore.
Ah, quello lo consiglia lui, l’Astrologo…

Data di nascita? O meglio, quanti anni hai?
Quanti? Mmmh… non molto bene…
E te pareva! Cioè?

Vedi lo schema? Ad ogni colonna corrisponde un aspetto della vita: salute, denaro, affetti… Le croci significano che bisogna migliorare un aspetto piuttosto che un altro, i cerchi che le cose vanno bene…

E’ tutto una croce! In questa colonna addirittura tre, il massimo! Di che si tratta?
Peace of mind…

…Ecchilallà! E allora?
Allora ci vogliono le bandiere verdi…

Vada per le verdi! E tu Dorji?
Aspetta chiedo… Multicolore!

Ma ne hai prese una tonnellata!
E’ una cosa buona…

A game of dice

Ecco venite, si sale da questa parte per arrivare al Changangkha Lhakhang.
E’ un tempio strutturato come una fortezza con annessa scuola monastica, appollaiato su una collina alla periferia di Thimpu. E’ stato fondato nel 12esimo secolo su un sito scelto dal Lama Phajo Drukgom Shigpo, che veniva da Ralung, nel Tibet…

Beh, fantastico… e questa cappella separata?
Una volta i lumi votivi venivano accesi all’interno dei templi, ma erano causa di frequentissimi incendi, per cui tutti i Lhakhang hanno adesso un luogo separato dedicato solo ai lumi.

Questo Lhakhang è molto caro alla popolazione di Thimpu, che porta qui i bambini appena nati per scegliere il nome.

Scegliere?
Sì vedete, potete assistere, il genitore prima tira i dadi: ogni monastero ha il suo numero, se lo si eguaglia o ci si avvicina è di buon auspicio, dopodiché si fa un’ offerta ai monaci che fanno estrarre il nome per il bimbo da un mazzo di biglietti. Ogni monastero di solito ha una precisa serie di nomi in qualche modo legati al fondatore o a chi vi viene lì particolarmente venerato…

Cosa succede? Qualcosa non va con il nome estratto?
Aspettate… Ah, era uguale a quello di suo fratello maggiore! Bisogna ritirare i dadi e sceglierne un altro…

-I figli non sono nostri: sono solo frecce, sul nostro arco- K.Gibran

The Takin(o)

And now we’re gonna see one of Bhutan’s national symbols: the Takin!

Prego? Un tacchino?

Sì, sì, è un animale, un animale unico, ma non è un tacchino…

Mah… andiamo…

Quando il grande Lama Drukpa Kunley – il Monaco Pazzo – giunse dal Tibet nel 15esimo secolo…

Monaco Pazzo??

Certo, il Monaco Pazzo, un grande Lama, con enormi poteri miracolosi, ve ne parlerò poi…

Andiamo bene…

Dunque dicevo, la popolazione si raccolse chiedendo una dimostrazione della sua magia e lui chiese prima che gli venissero serviti per pranzo una mucca intera e una capra

Eh ‘nfatti…

Il Monaco Pazzo divorò entrambe lasciando solo le ossa. Fece un rutto di soddisfazione…

Eh?

You know: a burp…

Ah ecco!

Prese il cranio della capra e lo mise sullo scheletro della mucca. Schioccò le dita e ordinò all’animale di alzarsi e di andare a pascolare per i monti… e così nacque il Takin!
Here it is!

Ueh Takin! Say Cheeeers…

-There’s no animal like it. It continues to befuddle taxonomists.
Once described as a ‘beestung moose’, the males of this species can become massive, weighing as much as 1 tonne or more-

Potenza e Tuono

-In Bhutan l’accesso turistico è regolamentato e interamente supervisionato dal governo. Bisogna pagare una cifra forfetaria a persona che include tutto, permessi, alberghi, pasti, guida e autista. I percorsi vengono concordati in anticipo e una volta stabiliti non possono essere facilmente cambiati-

Here is your guide, enjoy you’re staying

Thank you!

Hi, I am Dorji, your guide –by the way, the lady at the airport was my wife…

Bello! Tutto in famiglia…

And this is Wangdi, the driver…

Dorji, right? Doesn’t it mean…

Thunderbolt!

Wow… and what does Wangdi mean?

Power!

Semo a post…
Ok, let’s go, però piano eh? Perchè “non c’è Potenza senza Controllo”!

On top of the world - Bhutan travelogue

I just need to ask a question…

Non ci provare Ciccia… siamo in coda da una vita: vedi, prendi il binocolo, inizia laggiù, all’ingresso, rassegnati e non rompere!

L’aeroporto di Kathmandu è un delirio, partono voli di disperati per Calcutta, Dhaka, il Pakistan e gli Emirati. Ci hanno fatto pagare l’ennesimo balzello di cui ignoravamo l’esistenza –Alt! Chi siete? Dove andate? Un fiorino!- e dopo un’ora siamo i prossimi al check in della Druk Air.

Tickets, passports, copy of the Bhutanese visas…

Tò, ciapa…

Can we have seats on the left hand side of the plane?

Sure Sir…

Và che gentile, già mi piacciono i Butanesi

Hai chiesto i posti a sinistra? Sì, fatto…
Beh, tanto mica le guardo le montagne…
Ma come?
Ssshhh, sono già nervosa!
Va là! La mitica Druk Air, 2 soli aerei, l’unica compagnia autorizzata ad atterrare a Paro, il solo posto nel paese con un po’ di spazio per una pista tra i monti dell’Himalaya, sarà uno spettacolo!
Sì appunto…

G’day mates! I’m iur Cptn and I’ll point you aut the aiist montins of vi uord, along vi rut, on iur laft eeend sait…

Ch’ ha ditt??
Mi sa che è delle parti di tuo cugino…


Varda! Varda!
Ssssh!
…uiar crusing at an altitud of 30000fit and at 29028fit you can si vi pik of Mount Everest…
Siamo poco sopra!

…beh, Emozionante…

giovedì 4 settembre 2008

Il Cobra non èèèèè un serpente...

Reached on her mobile by our correspondent in Srinagar the Cobra Donatella declared: "This is hideous discrimination and I am utterly shocked! Micheal O' Sorch had personally invited me to Mumbai for the premiere of Hari Puttar. I had bought my ticket on the internet well in advance (I did it because I wanted to be sure to be able to have a non-veg meal) and now I expect compensation, a formal apology and my chicken tikka!"

sabato 30 agosto 2008

Micheluzzo ‘u suorcio

Ora non cominciamo eh? Già vi sento: mesi che non scrivi niente e poi ricominci parlando di pantegane! Come se non ci fosse niente di meglio da dire e da raccontare dal subcontinente!
Giusto, ma voi non fate i furbetti adducendo a scusa quello che sto per raccontarvi per non venire a trovarci… E poi è vita vissuta anche questa, e in tempi in cui in Orissa si bruciano chiese e il Kashmir è sotto coprifuoco, in uno dei momenti forse più tesi della sua storia, bisogna pur distrarsi cercando di evitare la leptospiro, o no?

Veniamo ai fatti: dunque me ne torno mesto mesto a seminare CV dopo l’abbacinante bellezza del mare croato e al contempo ovviamente mi rimetto la mia Bertolaso-shirt da fronteggiatore di costanti disastri: nell’ordine –metà dell’impianto elettrico è andato pure lui in ferie, il bamboo come prevedevasi sta per crollare di nuovo, un’altra colonia di termiti ha piazzato le tende in giardino e poi chi ti arriva?… Micheluzzo ‘o topo!
Miiii, Michè! Non ci pozzo creeedere? Come dici? La Disney ti impiega come consulente per l’outsourcing a Bollywood? Beh, bello no? Basta che non m’ammazzi il cane di leptospiro nel frattempo…
Micheluzzo si scusa per l’apparizione notturna, passandosi la codazza fetusa sul pelo grigio, fa 2 occhioni e 2 orecchie così, e mi spiega che sta cercando una location per il seguito di Hari Puttar (e non ridete che il titolo esiste davvero!) a Topodwar.
Eccheccavolo Michè, per così poco? Dovevi proprio intrufolarti dal buco nella rete della veranda così a tarda ora, che se ti becca Kina sò cavoli –per lei soprattutto- e addirittura infilarti di soppiatto in camera mia??
Che ridi Michè? Sai che c’è, mò ti metto agli arresti domiciliari nell’altra camera… Ti dai alla macchia? Aspetta di vedere il trappolone che porterà K e poi vediamo se la Disney è disposta a riscattarti!


Michelù… io ti avevo avvertito, ‘o grana è troppo bbuono, mica come ‘o paneer… e tu ci sei cascato… mò ti becchi il foglio di via, proprio perché sò generoso, che ti meriteresti il 41 bbis!
Stamme cchiù accuorto!

martedì 11 marzo 2008

It’s Varanasi, baby

Il pazzo tassista va a 80 all’ora tra i vicoli, sputazza paan dal finestrino e così non si accorge che sta per centrare in pieno un risciò a pedali, scarta all’ultimissimo secondo verso destra e sfiora il corno di una mucca a sinistra… evvai, feel the force of a billion hearts! -come dice lo spot del nuovo team di formula uno del patron della Kingfisher-
“Varanasi big problem: traffic…”
E’ lo so, caro, come in Sicilia, stesso problema principale proprio…

Scusa Kashi, città della luce, della madre Ganga e di Shiva, tra gli insediamenti urbani più sacri e antichi della terra; stavolta ti è toccato accogliere 2 cinici, e, benevola, li hai anche trattati molto bene.
Abbiamo aspettato un anno prima di venire a trovarti, dovevamo prima leggere, guardarci in torno, abituarci, cercare di capire. Abbiamo fatto bene, nessuno shock, anzi abbiamo avuto la sensazione che la fama dei tuoi riti funebri non ti renda giustizia, e ci è sembrato che fosse più la vita, ciclica ed eterna, ad essere celebrata lungo il tuo alveo, tra l’Assi ed il Varuna.
Abbiamo riso di gusto a vedere la caterva di occidentali sbomballati che si aggirano lungo i tuoi Ghat: come la vorticosa e vaporosa danzatrice scalza con mega cuffie Sony; la regina delle Cronache di Narnia con dreadlocks paglierini e Asics ai piedi; l’Edith Piaf de noantri in trance dopo ore di ascolto di terrificanti gargarismi con monocorde accompagnamento di sitar. Che spettacolo, o madre! Nomina sunt consequentia rerum, Benares, e sei davvero ‘il luogo che attira tutti’, e tutti purificali, figlia dell’alluce di Vishnu, che si immergano e portino a casa nelle brass pots un po’ della tua acqua -dove, come notava Mark Twain, nessun microbo che si rispetti saprebbe vivere-, e che quest’acqua rimanga, ad elogio della follia e della magia della vita. Che vengano e vadano le coppie da The nel Deserto o da Babel, gli ariani che hanno equivocato Hermann Hesse, i giapponesi da cartone animato e con le mascherine sul volto. Non ti curar di lor (e di noi), ma guarda e passa: solo chi all’alba col sari zuppo si lava i denti colla liquirizia ti appartiene davvero, e così dev’essere a Dasashvamedha, dove Brahma fece sacrificio di 10 cavalli.


martedì 5 febbraio 2008

Bapu - 30 Jan 1948


"The light has gone out of our lives and there is darkness everywhere.
I do not know what to tell you and how to say it.

Our beloved leader, Bapu as we called him, the Father of the Nation, is no more."

Il triste annuncio fatto da Nehru nel 1948 tramite le frequenze di All-India Radio è stato ritrasmesso a chiusura di una cerimonia di commemorazione davvero suggestiva. La Gandhi Smriti altro non è che una porzione di Birla House, e nel giardino, sul luogo in cui il Mahatma fu assassinato, si erano riunite le massime autorità politiche e istituzionali della nazione. Sotto un cielo terso solcato dagli sparvieri, scolaresche in tenera età hanno cantato cori tradizionali struggenti. I dignitari, tra cui il Rev Jesse Jackson, hanno reso omaggio alla stele con la rituale offerta di petali. Dopodichè rappresentanti di tutte le confessioni religiose hanno recitato a turno una preghiera ecumenica e il suono della tabla che accompagnava gli inni di Subramaniam si è interrotto d’improvviso, all’ora esatta in cui fu compiuto l’attentato, per 2 minuti di silenzio: bello, è stato prorpio bello.

mercoledì 30 gennaio 2008

…and Martyrdom

When is your reporting time?
1 hr from now
Oh my God!No… no, no, no, noooooo…
What?
Today Muharram, procession, road blocked. If I go through the city minimum two hrs…
But yesterday it took us 35 min; with traffic.
Well… if I go round, longer road but faster, maybe one hour… BUT different price!
Aridaje…

Era proprio Ashura, il decimo giorno del mese sacro di Muharram, il primo del calendario islamico o dell’Egira. Gli Sciiti dedicano una novena di lutto in ricordo del massacro di Kerbala, durante il quale l’Imam Husain, ultimo figlio di Alì e di Fatima, figlia del Profeta, fu ucciso con tutti i suoi seguaci dalle truppe di Yazid, figlio di Muawiyah, il califfo Umaiyya.
Dopo essere stato fatto morire di sete l’Imam fu decapitato e la testa inviata al califfo a Damasco.
Ashura è il giorno delle celebrazioni in ricordo del ‘ritorno della testa’, durante le quali gli Sciiti portano in porcessione le Tazia, repliche della tomba di Husain, e mostrano il loro dolore con varie forme di autoflagellazione (ho notato molti uomini in questi giorni, sia a Nizamuddin che a Old Delhi, che avevano sulla fronte le profonde escoriazioni procuratesi proprio durante Ashura)
Per tutto il giorno avevamo visto camion carichi di giovani musulmani percorrere le strade della città cantando e suonando tamburi, adesso raggiunto il loro quartiere, capitiamo proprio durante la processione, che per fortuna si svolge sull’altro lato della strada. La ressa è imponente, ad ogni angolo enormi vessilli verdi bordati con frange d’oro e lungo la via che faticosamente risaliamo, una serie di grandi plastici colorati e illuminati di una architettura inequivocabile che vengono portati a spalla. Ancora canti e ritmi incessanti; dal sangue del mattino al ricordo del martirio: la domenica bengalese si chiude a chiasmo.

lunedì 28 gennaio 2008

Mother House

Si possono mescolare turismo e pellegrinaggio?

Non ho risposta; sta di fatto che con un tempo a disposizione limitato le 2 cose, in quel di Kolkata, si sono dovute per forza avvicendare nella stessa giornata. Dopo l’esperienza del tempio di Kali poi ne sentivamo proprio il bisogno, e così nel primo pomeriggio siamo partiti alla volta di Mother House, il quartier generale di Gonxha Agnes Bojaxhiu, ovviamente meglio nota come Mary Teresa.
Già il primo miracolo è stato che il tassista sembrasse sapere del posto che stavamo cercando: A.J.C. Bose Road è una grande arteria che S, essendoci già stata, ha riconosciuto subito. Una piccola insegna indica di entrare, a quanto pare, nel vicolo sbagliato: un minuscolo Pig-Pen a piedi nudi (avete presente il personaggio di Peanuts costantemente contorniato da una nuvola di polvere? questi teneri nanerottoli diseredati me lo ricordano in continuazione) mi tira il pantalone, tende la mano per l’elemosina e con l’altra indica che l’ingresso giusto è al vicolo successivo. Ed effettivamente sì, dall’interno di un vestibolo in penombra una delle Missionarie ci fa segno di entrare.

Non so spiegarvi cosa ho provato, pur non soffrendo dell’attrazione esclusiva per il lato caritativo dell’Ecclesia. Bisogna infatti vederla questa città per avere un senso di cosa può significare l’espressione “i più poveri tra i poveri”; in più c’era stata la vista di tutto quel sangue la mattina; insomma, quale che sia la ragione, fatti dieci metri dentro al cortile, l’emozione trasmessa dal luogo mi ha investito in pieno petto.
E’ un posto pulito, quieto, in fondo anonimo, con le pareti intonacate di un grigio azzurro uniforme. Nessuno ti chiede niente, sei accolto, indirizzato, niente più.
Colpisce il fatto che la tomba di Madre Teresa sia come ‘in casa’, nel senso che è al pian terreno, in quest’aula rettangolare che funge anche da cappella, al lato di un piccolo altare sottodimensionato rispetto allo spoglio monumento funebre. Davanti a questo altare un gruppo di donne laiche, sedute per terra, aveva formato 2 piccoli semicerchi. Una di loro guidava in inglese la preghiera e mi dava fastidio che mi desse fastidio che le invocazioni per l’unità della Chiesa e via dicendo assumessero una ritmica per così dire mantrica. Non è possibile che riesca ad essere critico anche in un posto come quello!
Nella stanza attigua alla cappella un piccolo museo raccoglie oggetti e documenti di Madre Teresa e ne racconta in breve la storia tramite una serie di pannelli. Ci sono i suoi sandali, le sue poche cose di uso quotidiano, il suo sari -del quale tra l’altro, vivendo qui, possiamo meglio comprendere la scelta e il significato. C’è anche un certificato dei tempi dell’Albania che attesta la sua religione come rim-katolicka.
Dal cortile centrale con 2 semplici pozzi si sale poi alla sua cella, ed è questa che forse mi colpisce di più, perché ancora più spartana ed essenziale di come me la fossi immaginata. Una branda minuscola, alle pareti poco altro oltre a un crocefisso e 2 foto che la ritraggono con Papa Giovanni Paolo II, un piccolo tavolo, una panca, tutto qui. Grandi testimonianze in spazi minimi, sembra quasi essere una caratteristica ricorrente.
Chiediamo a chi rivolgerci per fare una piccola donazione: accomodatevi in quella stanza, verrà una Sorella. Ed eccola che arriva una giovane, radiosa Sorella: porta carta, penna e una specie di borsello. Diamo una cifra irrisoria e lei ci sorprende, prima chiedendo se vogliamo una ricevuta, poi ringraziandoci enfaticamente… ma a chi, a noi? Piuttosto thank you, and God Bless You…
All’uscita la stessa Sorella che ci aveva fatto entrare ci ferma, si informa su di noi, ci chiede di dove siamo, se è la nostra prima visita. Ci dona delle preghiere e ci saluta sorridendo, di una serenità felice, fiorita nel caos, dal caos.

martedì 22 gennaio 2008

Sacrifice...

E’ domenica mattina, siamo pronti e belli carichi; ce la possiamo fare, anche se la meta, lo sappiamo in anticipo, è tosta: destinazione Kalighat, il famigerato santuario della dea Kali.
“Kalighat? Kalighat Temple?”
Il tassista chiede conferma 3 o 4 volte e mi guarda nello specchietto con una strana espressione…
“Today holiday: crowd, big crowd…”
Ottimo…
La strada si restringe, la calca aumenta; un cartello in mezzo alla via intima no entry:
“No entry: round, round…”
Ok, round…
Transenne, clacson, casino, ressa immane – folla di uomini ci circonda ancora prima di uscire.
Non è Old Delhi, dove tutto è ormai familiare e per di più non sono solo; c’è qualcosa nell’aria che mi infastidisce, mi irrigidisco e cerco di tener d’occhio S nonostante mi strattonino:
Where are you going? Where are you going?
Violo tutte le norme non scritte di comportamento da adottare in questi casi e reagisco male:
I go wherever I want; and don’t bother me, ‘cause I am not in the mood!
Non so da dove m’è venuta e m’è uscita pure in tono Don De Niro (ar iu tokin tu mi?!?)… incredibilmente funziona: si fanno da parte e ci lasciano andare.
Non dura molto però: Kalighat, Kali Temple: this way, this way! C’è un casino veramente notevole e c’è questo strano odore, davvero uno strano odore…
Una fila assurda si snoda per la strada per poi infilarsi in una porticina minuscola, dietro a malapena si intravede una guglia. Ci ritroviamo accanto un omino che ci colpisce per il buon inglese: I am brahman, I am a priest here. Lo scruto cercando di capire se possa essere vero, cerco conferma da S: prendi lui, così ci lasciano in pace. E’ un' ottima mossa, ci fa entrare da un ingresso laterale e possiamo anche tener su le scarpe; c’è fango ovunque e, manco a dirlo, l’odore aumenta. Prendiamo spinte da tutte le parti, con S cerchiamo di tenerci per mano, ma non è facile. Il brahmino caccia un paio di urli e gli fanno largo, torna sorridente, come se nulla fosse ci parla dell’albero sacro cui siamo davanti, che non fa fiori né frutti, ma che regala la fertilità ai pellegrini venuti in preghiera.
Come, please come; ci muoviamo lentamente girando in senso antiorario intorno al tempio, poi S esclama: guarda! Gocce rosse per terra, sì, molte gocce di… sangue…
Ne seguiamo la traccia con lo sguardo, portano ad una sorta di macelleria all’aperto: ci sono frattaglie su un tavolaccio e legate con un’ esile cordicella a un palo ci sono due minuscole caprette nere… su di loro, appesa per i piedi, ne pende un’altra poco più grande, malamente decapitata.
S ribolle, borbotta e gira su se stessa: “io non ce la faccio…”; “sono uguali a Kina…”
E’ proprio vero, lo stesso colore, lo stesso pelo; belano senza sosta.
Today already fifty (fifty!speriamo abbia voluto dire fifteen), e mette la mano di taglio sulla sua gola, caccia fuori la lingua e fa un verso onomatopeico inequivocabile.
Io non ce la faccio, ripete S, e cerca con lo sguardo una possibile uscita.
Il Brahmino capisce e la rassicura, not now, not now… Poi riprende imperterrito la sua spiegazione, indica un braciere acceso per terra accanto alla macelleria: this is Brahma
-Essenza ultima del divino, fuoco purificatore, Brahma è difficilmente rappresentato e ha pochissimi templi a lui dedicati-
E subito dopo il clou: come this way, sacrifices… not now, not now…
Il colpo secco allo stomaco è inevitabile: sul lato di uno spiazzo quadrato piastrellato, impiantate su 2 massi stanno 2 gogne rudimentali di dimensioni differenti, ma fatte allo stesso modo: 2 paletti di legno verticali, con una barra di metallo mobile orizzontale per immobilizzare la testa degli animali sacrificandi. I massi sottostanti grondano sangue in rivoli, come lava su piccoli vulcani.
E’ una vista così forte che per una frazione di secondo il cervello si concentra completamente su di essa, isolandoti dal fragore e dalla calca che ti circonda – le sinapsi schiacciano mute sul telecomando sensoriale… E’ solo un attimo, un uomo, coperto solo con un mundu, salta nel quadrato, entrambe i piedi nudi in una pozza di sangue, apre un rubinetto, si sciacqua e beve…
This way Kali, this way…
Mi tolgo le scarpe e seguo il Brahmino attraverso una porta, la bolgia raggiunge il suo climax e nonostante questo ci sono in mezzo alla stanza buia e chiusa degli altri bramini seduti a gambe incrociate che recitano mantra. Al centro della parete di destra rispetto a quella da cui siamo entrati gli stipiti di una porta sono completamente ricoperti di piccole campane, la densità umana che gli si accalca davanti è indescrivibile e vedo che anche la mia guida stavolta è a disagio: i giornali riportano quotidianamente di morti schiacciati dalla ressa nei templi. Per fortuna però la statura media dei bengalesi è piuttosto bassa e sovrastandoli quasi tutti non mi prende il panico, assesto un paio di gomitate a quelli che cercano la compenetrazione col mio corpo ed è sufficiente a farmi un po’ di spazio, ma non a vedere l’avatar della dea che è piazzato al di sotto del livello del pavimento al di là della soglia appena descritta. It’s ok, it’s ok: faccio segno al bramino che l’esperienza è stata sufficiente, mentre gente dietro di me lancia petali in direzione dell’avatar sopra la mia testa.

Ghat this way, please come. C’è dell’altro? Yes, yes, come this way you can take pictures!
Abbiamo fatto 30…
Ok, eccoci, lo spazio del Ghat è a paragone del resto un' oasi di pace, ci sono bambini che giocano e un piccolo numero di adulti che fa le abluzioni. Il Bramino chiama qualcuno che gli porta 2 braccialetti gialli e rossi:
Are you married?
Yes
Really? The goddess will give you children soon!
Ecco, semo a post…
Give me your right wrist
Tell your name
S
Om Shanti Om – allacciando il braccialetto sul polso
Give me your left wrist
Tell your name
S
Om Shanti Om
E poi ovviamente la presentazione del libro contabile con cifre smodate da visitatori da tutto il mondo: ok ciccio, te le sei proprio guadagnate un po’ di papagne, ma mica così tante oh, we are Dehliwallas!
Really? Living in Delhi?

Siamo fuori nel bazaar: fischia, adesso questa, al confronto, sembra quiete.
Ci guardiamo storditi, poi ci viene un mezzo sorriso liberatorio… pesante! Andava fatta però.

lunedì 21 gennaio 2008

Hokuto

Kolkata è difficile ed è difficile raccontare Kolkata.

La scenografia è da Ken il Guerriero, i palazzi dell’epoca del Raj sono coperti da impalcature arrugginite che sostengono pubblicità irragionevoli di negozi e telefonini. L’antico splendore della Londra d’oriente è annerito, grigio, sporco. Le finestre sono spesso state murate da mattoni messi alla bell’ e meglio, la calce straborda tra le varie file di questi; i cornicioni sono sbrecciati, caduti, fuligginosi. Ma sono lì, testimonianza diroccata del tempo che fu.
Che ci fa Oxford St a 22°82′ di latitudine N e 88°20′ di longitudine E?
Fa l’effetto di Venezia al Bellagio di Las Vegas, la stessa sensazione di incongruo, tolte le luci e i casino, e aggiunti l’incuria e lo smog. E se si ha in mente il clima di Morte a Venezia, con la città lagunare, in continuazione del paradosso, Kolkata ha anche in comune parte del fascino e della malinconia.
La capitale del West Bengal non sta messa granchè bene, inutile negarselo; delle tre megalopoli maggiori del subcontinente è senz’altro la più inquinata: la polvere ti raschia in gola, gli occhi bruciano e gli onnipresenti Ambassador taxi gialli sono ancora a diesel e non a CNG come a Delhi: la differenza si sente ed è pesante.
Due parole sui tassisti poi vanno spese: cosa abbastanza straordinaria, non conoscono nessuno dei monumenti e dei punti di riferimento maggiori della città - farsi portare al Victoria Memorial, alla St Paul’s Cathedral, a College Street e al Raj Bhavan si è dimostrata un’impresa. A nulla è valsa l’azione di vari interpreti e il mostrare le foto, quasi tutti sembravano essere arrivati in città per la prima volta come me. Se a questo si aggiunge il costante tentativo di barare sul prezzo della corsa, si capisce come gli spostamenti possano diventare una dura prova.
Di seguito un breve elenco delle fantasiose tecniche adottate:
“The price would be this, but hotel is charging 20% taxes”
“Today holiday, needed to make big detour to avoid traffick jam – need to add extra money”
“Need to multiply by four what the meter says”
“No meter for this journey”
“Yes, price is fixed, but tip is needed”
Nel caso ve lo chiedeste la risposta è no, la reazione non è stata sempre proprio zen come avrebbe dovuto…
Sabato mattina siamo 2 zombie, non abbiamo dormito neanche 4 ore, l’atrio dell’albergo è sotterraneo e la camera non è ancora disponibile. Ci affacciamo su Park St, la via principale dei negozi, della città che Wikitravel arditamente -e stavolta senza ironia- accosta nientemeno che a New York… Beh, se questa è la 5ta strada deve essere appena finita una guerra. Insomma, l’impatto è faticoso sulle spalle di 2 già affaticati. Partiamo lo stesso a piedi in direzione del Victoria Memorial, la distanza sulla cartina sembra breve e la strada è lungo il Maidan, che la nostra guida descrive così: “questo parco di 400 ettari si estende nel cuore della città dal fiume Hoogly a ovest alla Chowringhee a est e contiene numerosi edifici e zone interessanti”. Fattualmente corretto, descrittivamente fuorviante: non è esattamente un parco, è una steppa sconfinata, brulla, arida e polverosa, con un numero esiguo di alberi e un nugolo di disperati che vi abitano. Lungo la Chowringhee –“un tempo la via del passeggio alla moda”- c’è un’inammissibile flyover, un casino allucinante e miasmi nauseabondi ogni 50m. Il parco è costellato di steccati grezzi di legno dalla funzione misteriosa e all’interno dello stesso, in un paio di pozze, ci si lava e si fa il bucato. Lungo il marciapiede che percorriamo numerosi maschi della mia specie orinano e scaracchiano in libertà, più avanti si allineano una serie di sghangherate carrozzelle, e a lato, su quel poco di prato che c’è, viene allevata a trucioli una serie di scheletrici pony. Un ragazzino di non più di 11 anni, al nostro passaggio, si ostina a farne galoppare avanti e indietro uno con una evidente malformazione ad uno zoccolo.
Ah eccoci, circondata da filo spinato quella là in fondo deve essere la sede della scuola di Hokuto…
Invece è il Victoria Memorial ed è quanto di più surreale abbia forse visto in vita mia: è come se avessero paracadutato Whitehall ai tropici. In una landa assolata, circondato da niente, il motto francese sul crest reale cesellato sulla cancellata del giardino antistante suona come ammonimento sarcastico: honi soit qui mal y pense…
Il monumento è massiccio, bianco, imperiale, maestoso e fuori posto come il nostro Altare della Patria.
Una imponente statua bronzea della regina Vittoria è esposta al clima inclemente davanti alla scalinata d’ingresso, la testa scagazzata da irriverenti piccioni anticolonialisti.
All’interno siamo colti dalla sindrome di Stoccolma: una famiglia di pastori nomadi guarda le litografie dei Daniell che… rappresentano identiche famiglie di pastori nomadi di 2 secoli addietro!
Torniamo in albergo, fa caldo e dobbiamo riposare…

Closed for Winter Lethargy

E’ arrivato l’inverno e il blog è andato in letargo…

Da Novembre ad oggi ne sono successe parecchie di cose, non riuscirò probabilmente a raccontarle tutte, forse comincerò dalla fine, dal week end appena trascorso a Calcutta.
Stamattina fa ancora freddo e il cielo è limpido, l’inverno non è ancora finito, per fortuna. Non è ancora tempo di metter via le stufette a incandescenza, di spegnere le braci dei falò, di togliere gli scialli e le sciarpe arrotolate intorno alla testa…