E’ domenica mattina, siamo pronti e belli carichi; ce la possiamo fare, anche se la meta, lo sappiamo in anticipo, è tosta: destinazione Kalighat, il famigerato santuario della dea Kali.
“Kalighat? Kalighat Temple?”
Il tassista chiede conferma 3 o 4 volte e mi guarda nello specchietto con una strana espressione…
“Today holiday: crowd, big crowd…”
Ottimo…
La strada si restringe, la calca aumenta; un cartello in mezzo alla via intima no entry:
“No entry: round, round…”
Ok, round…
Transenne, clacson, casino, ressa immane – folla di uomini ci circonda ancora prima di uscire.
Non è Old Delhi, dove tutto è ormai familiare e per di più non sono solo; c’è qualcosa nell’aria che mi infastidisce, mi irrigidisco e cerco di tener d’occhio S nonostante mi strattonino:
Where are you going? Where are you going?
Violo tutte le norme non scritte di comportamento da adottare in questi casi e reagisco male:
I go wherever I want; and don’t bother me, ‘cause I am not in the mood!
Non so da dove m’è venuta e m’è uscita pure in tono Don De Niro (ar iu tokin tu mi?!?)… incredibilmente funziona: si fanno da parte e ci lasciano andare.
Non dura molto però: Kalighat, Kali Temple: this way, this way! C’è un casino veramente notevole e c’è questo strano odore, davvero uno strano odore…
Una fila assurda si snoda per la strada per poi infilarsi in una porticina minuscola, dietro a malapena si intravede una guglia. Ci ritroviamo accanto un omino che ci colpisce per il buon inglese: I am brahman, I am a priest here. Lo scruto cercando di capire se possa essere vero, cerco conferma da S: prendi lui, così ci lasciano in pace. E’ un' ottima mossa, ci fa entrare da un ingresso laterale e possiamo anche tener su le scarpe; c’è fango ovunque e, manco a dirlo, l’odore aumenta. Prendiamo spinte da tutte le parti, con S cerchiamo di tenerci per mano, ma non è facile. Il brahmino caccia un paio di urli e gli fanno largo, torna sorridente, come se nulla fosse ci parla dell’albero sacro cui siamo davanti, che non fa fiori né frutti, ma che regala la fertilità ai pellegrini venuti in preghiera.
Come, please come; ci muoviamo lentamente girando in senso antiorario intorno al tempio, poi S esclama: guarda! Gocce rosse per terra, sì, molte gocce di… sangue…
Ne seguiamo la traccia con lo sguardo, portano ad una sorta di macelleria all’aperto: ci sono frattaglie su un tavolaccio e legate con un’ esile cordicella a un palo ci sono due minuscole caprette nere… su di loro, appesa per i piedi, ne pende un’altra poco più grande, malamente decapitata.
S ribolle, borbotta e gira su se stessa: “io non ce la faccio…”; “sono uguali a Kina…”
E’ proprio vero, lo stesso colore, lo stesso pelo; belano senza sosta.
Today already fifty (fifty!speriamo abbia voluto dire fifteen), e mette la mano di taglio sulla sua gola, caccia fuori la lingua e fa un verso onomatopeico inequivocabile.
Io non ce la faccio, ripete S, e cerca con lo sguardo una possibile uscita.
Il Brahmino capisce e la rassicura, not now, not now… Poi riprende imperterrito la sua spiegazione, indica un braciere acceso per terra accanto alla macelleria: this is Brahma
-Essenza ultima del divino, fuoco purificatore, Brahma è difficilmente rappresentato e ha pochissimi templi a lui dedicati-
E subito dopo il clou: come this way, sacrifices… not now, not now…
Il colpo secco allo stomaco è inevitabile: sul lato di uno spiazzo quadrato piastrellato, impiantate su 2 massi stanno 2 gogne rudimentali di dimensioni differenti, ma fatte allo stesso modo: 2 paletti di legno verticali, con una barra di metallo mobile orizzontale per immobilizzare la testa degli animali sacrificandi. I massi sottostanti grondano sangue in rivoli, come lava su piccoli vulcani.
E’ una vista così forte che per una frazione di secondo il cervello si concentra completamente su di essa, isolandoti dal fragore e dalla calca che ti circonda – le sinapsi schiacciano mute sul telecomando sensoriale… E’ solo un attimo, un uomo, coperto solo con un mundu, salta nel quadrato, entrambe i piedi nudi in una pozza di sangue, apre un rubinetto, si sciacqua e beve…
This way Kali, this way…

Mi tolgo le scarpe e seguo il Brahmino attraverso una porta, la bolgia raggiunge il suo climax e nonostante questo ci sono in mezzo alla stanza buia e chiusa degli altri bramini seduti a gambe incrociate che recitano mantra. Al centro della parete di destra rispetto a quella da cui siamo entrati gli stipiti di una porta sono completamente ricoperti di piccole campane, la densità umana che gli si accalca davanti è indescrivibile e vedo che anche la mia guida stavolta è a disagio: i giornali riportano quotidianamente di morti schiacciati dalla ressa nei templi. Per fortuna però la statura media dei bengalesi è piuttosto bassa e sovrastandoli quasi tutti non mi prende il panico, assesto un paio di gomitate a quelli che cercano la compenetrazione col mio corpo ed è sufficiente a farmi un po’ di spazio, ma non a vedere l’avatar della dea che è piazzato al di sotto del livello del pavimento al di là della soglia appena descritta. It’s ok, it’s ok: faccio segno al bramino che l’esperienza è stata sufficiente, mentre gente dietro di me lancia petali in direzione dell’avatar sopra la mia testa.
Ghat this way, please come. C’è dell’altro? Yes, yes, come this way you can take pictures!
Abbiamo fatto 30…
Ok, eccoci, lo spazio del Ghat è a paragone del resto un' oasi di pace, ci sono bambini che giocano e un piccolo numero di adulti che fa le abluzioni. Il Bramino chiama qualcuno che gli porta 2 braccialetti gialli e rossi:
Are you married?
Yes
Really? The goddess will give you children soon!
Ecco, semo a post…
Give me your right wrist
Tell your name
S
Om Shanti Om – allacciando il braccialetto sul polso
Give me your left wrist
Tell your name
S
Om Shanti Om
E poi ovviamente la presentazione del libro contabile con cifre smodate da visitatori da tutto il mondo: ok ciccio, te le sei proprio guadagnate un po’ di papagne, ma mica così tante oh, we are Dehliwallas!
Really? Living in Delhi?
Siamo fuori nel bazaar: fischia, adesso questa, al confronto, sembra quiete.
Ci guardiamo storditi, poi ci viene un mezzo sorriso liberatorio… pesante! Andava fatta però.