mercoledì 28 novembre 2007

Il Lupercale

Sir, someone complaining…
Now what?
Water, backside… a lot of water… come and see…
Maremma inondata! … ma che è, il Niagara?! R, call the plumber…

Sir, need breaking...
Già!
Inside...
What? The wall?? Forget it!
Nahin, nahin! Floor...
Please please, minor disruption… pleeeeeeease!
Sir, don’t know where the pipe is, so…
Understood: San Germano, ora pro nobis; San Giuliano, ora pro nobis…

Sir, sir! Come and see!
…San Zenone, ora pro nobis…
Orca, il Lupercale! Varda, varda: lì probabilmente stava Romolo e lì Remo!
Remember last time when everybody was looking for the missing meter? I found it! It was buried and sealed underground!
Can’t hear you… Could you stop the waterfalls?

lunedì 26 novembre 2007

La squadra di calcetto

L’idea di mantenere 3 famiglie, anzi, addirittura 4 se includiamo quella della guardia, ci mette addosso un senso di responsabilità ai limiti dell’inquietudine. Impieghiamo un numero di persone pari a quello degli elementi di una squadra di calcetto!
Le ultime new entry sono: A, la cuoca, super punjabi doc, tenerella e iperattiva, con 2 figli che adora; e il marito C, che si prende cura di Kina quando non ci siamo.
A e SuperR si evitano più che volentieri, vige un sospetto mutuo, sostanzialmente si detestano…
K “il fighetto” rimane il fidato driver, anche se ogni tanto quando chiede soldi che non gli sono dovuti ci fa sclerare. L’abbiamo impacchettato una volta per uno, sia io che S, e adesso è molto in riga, povero. Adora essere responsabilizzato, se gli vengono dati ‘incarichi speciali’si gonfia tutto e diventa precisissimo; bravo K!
Il geometra è stato soffertamente licenziato… era un disastro, facendogli notare il triste stato del rettangolino di sua competenza chiedeva cifre smodate per impiantare improbabili floricolture… una volta ottenuto un salario extra a mò di liquidazione, ha scatenato la lobby dei giardinieri di JB, tutti parenti tra loro, perché nessuno prendesse il suo posto!
C’è da dire che con il nuovo mali non è che la situazione sia migliorata moltissimo… il pratino fa sempre pena: prima il baldo giovine ha sostenuto che il banano e tutto il resto stesse morendo per colpa delle termiti e che quindi ci sarebbe voluto ‘ish-pray’, dopodiché il banano e tutto il resto sono definitivamente spirati e lui, senza scomporsi, ha commentato: è perché c’è stato messo ‘ish-pray’… Pochi giorni fa ha arato a zappate facendo una fatica boia, quindi ha piantato un’erbetta che più gialla non si può… forse era meglio seminare del miglio, mah!

2 giorni dopo l’housewarming abbiamo organizzato una festicciola per tutti loro, bambini inclusi, ed è stato un successo. Si sono presentati tutti in tiro, K sembrava John Travolta in Saturday night fever, A e la moglie di K sfoggiavano entrambi degli eleganti sari color acquamarina. C, il figlio di A, ha morso la figlia di K. K si è ubriacato di whiskey e ha ringraziato mille volte. J, la figlia di SuperR, ha portato Olive, il suo piccolo cagnolino, che Kina ha abbattuto a zampate…
SuperR era finalmente sorridente, ma guardava comunque di traverso A…
Uno spasso!

Tremors Rock Delhi

4.40 am circa di stanotte: un rombo sordo ci sveglia di soprassalto, Kina davanti alla nostra porta sfodera il suo cupo abbaio di paura, accendo la luce, e con S esclamiamo in coro ‘terremoto!’. Dura poco per fortuna, ad occhio una decina di secondi, ma il tempo si dilata in quei momenti. La ventola sul soffitto non sembra muoversi, non è un’ onda, è un tremore; e la cosa che più colpisce è davvero il rumore, questo stranissimo gorgoglio baritonale: Madre Terra ha voce profonda e inquietante…
Sento le guardie agitarsi, restiamo immobili in attesa per qualche istante: arriverà una scossa di assestamento? Peggio di quella di prima? Sembra passata, ma meglio prendere qualche precauzione: come apro la porta Kina striscia dentro pancia a terra e va a raggomitolarsi tra le braccia di S, vado a parlare con il chowkidar, gli dico di lasciare il cancello aperto e apro anche l’altro ingresso, se succede di nuovo qualcosa siamo fuori in 5 sec.
S fa gli stessi commenti della Belli, che ha scritto della diversa esperienza del terremoto a Managua e in California: qui come a Managua, a differenza che in California o in Italia, si ha infatti la sensazione che in caso di calamità sarebbe tutto un ‘si salvi chi può’, non si potrebbe più di tanto contare su pompieri, ambulanze, polizia e comitati di quartiere, sarebbe più che altro un ‘ognuno per sè e Dio per tutti’.
Accendiamo la TV, dopo una mezz’oretta NDTV 24x7 e CNN-IBN, i 2 canali di notizie in inglese, riportano: Tremors Rock Delhi, epicentre on the border with Haryana, magnitudo 4.3 on Richter scale. Stamattina lo descrivono come mild earthquake, noi comunque una roba così non l’avevamo mai sentita.

giovedì 22 novembre 2007

Ish-pray!



C’era una volta un mobile da cucina, fatto fare su misura dal leggendario Mr S, pedagogico e puntiglioso impresario falegname, che in sole (si fa per dire) 10 settimane aveva prodotto la funzionale opera componibile, che per essere incastrata al suo posto aveva avuto bisogno di una buona dose di martellate. Avevamo notato da qualche tempo una sospetta polvere di legno nello spazio di separazione con il granito che si trova ai 2 lati del mobiletto, ma A sosteneva di aver fatto in modo che ogni possibile tarlo fosse scomparso. Di questo eravamo convinti fino a quando, presenti gli in-laws, sollevo una serie di buste di plastica che erano state appoggiate proprio tra il piano di granito e il mobile…
E’ stato come vedere dall’alto un plastico di Mathura Road all’ora di punta: una coda di 5 colonne di termiti sembravano suonare forsennatamente il clacson in attesa di tuffarsi nei rispettivi tunnel nel legno! (Per chi non ne avesse mai vista una, la termite è bianca, ha le dimensioni di una formica, ed è bastarda dentro: mangia l’interno dei mobili fino a ridurli ad una carcassa vuota; quando te ne accorgi, non c’è di norma rimasto più niente).
Evvai, un altro V-day attaccati al cellulare! Mr S si dimostra subito ottimista: if the colony has spread you got to throw away all your furniture, sentenzia implacabile con tono monocorde. Benissimo, per saltare i consueti 4 passaggi successivi: chiedo – non ottengo, chiedo – non ottengo, passo diretto all’urlo belluino. Non mi fraintendete, non è ira, è esperienza: l’unico modo per ottenere il dovuto con celerità. E di fatti Mr S si prostra in salamelecchi e in mezz’ora ho gli operai al lavoro:

Ish-pray!
In che senso? Devo pregare? Non ci è rimasto che rivolgerci all’Altissimo?
Nay! Nay! Ish-pray, ish-pray! B-A-Y-G-O-N!

In mezz’ora una nube tossica ha invaso tutta casa che nemmeno Bhopal, Kina si è rifugiata in uno dei bagni e SuperR si fa quasi venire un attacco d’asma. La cucina viene sventrata, le pesti avevano contagiato altri 3 mobili che vengono abbattuti a colpi d’ascia… Quando la polvere si deposita sembra di essere stati vittima di un attentato naxalita…
Tra 5 giorni abbiamo l’housewarming party, auguri!

mercoledì 21 novembre 2007

You Better Get This Party Started!




Facciamo una festa!
Easy, peasy, lemon squeezy…

Cò ciufolo proprio! A meno di una settimana dal più volte rimandato Housewarming Party, non solo le termiti abbattono la cucina, ma sia io che S siamo azzerati dal Delhi belly. Un paio di uova fritte ci devastano e a me viene anche un febbrone da cavallo. Già gli inviti erano stati un parto non facile, ma poi si presenta il corriere bel bello dopo 10 giorni a dire che un buon numero, per i motivi più straordinari (chiuso, non mi lasciano entrare, etc.), non sono stati consegnati: fantastic!
Per S questo ‘debutto in società’ è pure lavoro, quindi magari sarebbe il caso che il tutto non risultasse proprio una ciofeca…
Mettiamo a lavorare tutti, pure C, il marito di A, che in 3 ore stira quello che SuperR avrebbe stirato in 2 settimane. Mitica SuperR, il suo “there’s nothing to do in this house” è passato alla storia; non si è mai sognata di spostare un letto o un mobile, operazione che, una volta compiuta, ha portato a ritrovamenti sensazionali, degni del Lupercale.
I giorni passano in fretta e cominciano ad arrivare le conferme dagli invitati, 40, 60, 80, 100 and counting… mò dove li metteremo tutti, ci sarà da divertirsi.
Per il catering ci siamo affidati alla pluridecorata R; siamo stati da poco al suo ristorante e davvero si mangia benissimo. Tramite lei abbiamo contattato anche un fantastico tipo alla Monsoon Wedding che si occupa di luci, tende, sedie e sofa. Resta tutto però un’incognita perché l’allestimento –cucine e tutto il resto- verrà fatto solo il giorno stesso, giovedì 15.
Mercoledì sera fremo, il tipo aveva detto che del materiale doveva arrivare quella sera e alle 11 ancora non si era visto nessuno. 11:30, suona R, la guardia: yessser, gutifning ser, mattirial ser! L’è arrivà un camion de roba… 7 gujjar scaricano una tonnellata di panche, sedie, divani, cavi, tessuti, boh!
La mattina dopo è il delhirio più totale, Kina per il casino è impazzita, non sa più dove cacciarsi.
Sir, do you confirm the need of big generator? Certo bello, mi ci manca che salti la corrente e rimaniamo tutti al buio. Sir… I think would be better if your electrician is here all night… Oh, porcaccia… Ajay!!!!!! Alle 2 del pomeriggio, un aggeggio grande come un Hummer è parcheggiato nel vicolo sul retro e Ajay e il suo assistente, entrambi capaci di persistentissima traspirazione, sono al lavoro. Alle 5 il team elettrico annuncia che 5 cavi, ciascuno del diametro di 2 dita sarebbero penzolati allegramente dal soffitto sulla testa degli invitati per infilarsi nel nostro quadro elettrico pop-art (v.foto in post passato). S è lapidaria: se lo possono scordare! Ajay si gratta la testa sconsolato, io già mi vedo le signore in saree spatasciarsi al buio sul vetro della veranda…
Sir, I found solution! Mitico Ajay, farà passare i cavi all’interno delle canaline esistenti; riconoscenti, gli cantiamo la canzoncina di Mission Impossible, pappa-pa-pa-pa-pa, pappaparapà…parà!Lui è contento come una pasqua.
Alle 6.30, dopo aver comprato una vagonata di birra (ops… mi ero dimenticato!) e accompagnato Kina in esilio a casa di A, già stremato, vado finalmente a farmi la doccia. Esco annodandomi la cravatta, mi si para davanti uno… ‘io sono Mr R, scusate l’anticipo’, marianna gatta, ma non dovevate arrivare alle 8?



The Golden Temple

Bisognava che arrivassi in Punjab, a 9 km dal confine col Pakistan, per avvertire per la prima volta la famosa spiritualità indiana.
Era da tempo che volevamo visitare Amritsar, il più importante santuario Sikh, e ne valeva decisamente la pena. Con gli in-laws e la zia I ci siamo organizzati un viaggio toccata e fuga in giornata, che per fortuna è andato molto bene. Papu, fantasmagorico tassista dal clacson ossessivo compulsivo, si è fatto sonoramente largo nel casino pazzesco del centro città con inarrestabile furia bitonale. Ci ha scaricato assordati all’ingresso del tempio consigliandoci perentoriamente: shoes, car! E ci ha dato appuntamento lì per riprenderci alle 5 di pomeriggio. Dopo il guado per la lavanda dei piedi, imbandanati gli omini e impashminate le sciure, abbiamo fatto il nostro ingresso nel cortile antistante il lago che circonda il santuario centrale. L’atmosfera, forse anche per il luogo raccolto, era davvero suggestiva. La scelta del lunedì per la visita si è rivelata azzeccata, non troppa gente, zero turisti, e solo pellegrini devoti in visita. Le bionde, nonostante le pashmine, hanno attratto l’attenzione di scolaresche femminili e famiglie, che hanno tutte voluto farsi fare una foto con loro: how are you? What’s your name? Which country?


Mi colpisce che il Sikhismo sia anch’esso una religione del libro, anche se non di quel libro. Il testo sacro, Guru Granth Sahib, viene portato dall’ Akal Takht, sede del governo supremo dei Sikh, all’ Hari Mandir, il tempio in mezzo al lago, ogni giorno, e riportato indietro per la notte.
Gobind Singh, decimo e ultimo guru, ha fatto della comunità anche un ordine militare, il Khalsa, di cui tutt’oggi i devoti portano i 5 simboli:

Kesh: i capelli lunghi
Kachha: pantaloni al ginocchio
Kirpan: pugnale
Kangha: pettine
Kara: braccialetto

Nel giugno 1984 Indira Gandhi ordinò all’esercito di attaccare i militanti indipendentisti asserragliati all’interno del complesso del tempio d’oro. Finì in un bagno di sangue. Il 31 Ottobre dello stesso anno, per vendetta, Indira fu assassinata da 2 delle sue guardie del corpo Sikh.

mercoledì 3 ottobre 2007

Nizamuddin

Seduto sul prato dei giardini davanti a casa, con Kina che mi razzola attorno, e gli sparvieri che sono tornati a volare bassi tra gli alberi, questa città multistrato mi appare stamattina ancora più stupefacente del solito. Il monsone dovrebbe essere ormai passato, la temperatura è piacevolissima, e la fine dell’asfissiante cappa di calore invita di nuovo all’esplorazione del mosaico cittadino.

A meno di un km in linea d’aria in direzione dello Yamuna c’è, per esempio, il quartiere di Nizamuddin, che deve il suo nome a quello del medievale santo Sufi che ha vissuto e predicato in quest’area a cavallo tra il 13esimo e il 14esimo sec. Visitare la zona può avere effetti diversi: S. ha sentito come insopportabile l’opprimente disagio della povertà, della sporcizia e del degrado incastonati tra zone residenziali e alberghi di lusso. Questo, sommato alla curiosità radiografica di decine di anime al passaggio di una donna occidentale, non le ha reso la cosa particolarmente piacevole. Provata, pur senza rimprovero, mi ha detto che ormai io invece sarei in grado di scavalcare cadaveri senza battere ciglio. Tuttavia siamo entrambi animati dalla stessa pulsione, ‘fare l’esperienza dell’India’ come dovere, forse perché abbiamo dentro stampate a fuoco le parole della Yourcenar: il mondo è una prigione, tanto vale sforzarsi di vederla tutta.

A Nizamuddin sopravvivono le vestigia di quella che è stata ai tempi la cultura prevalente della corte Moghul. E’ questa per antonomasia forse la città dei Djinn e dei Pir, dove ancora si parla Urdu, anche se a quanto pare non più nei modi raffinatissimi della corte di Zafar, ultimo regnante della casa di Timur.
Questo estremo bastione antropologico di Indo-Persia, conciliante, ancora poetico, è tristemente e irrimediabilmente decadente. E’ il quartiere più musulmano della città, ed esprime un sentire molto lontano da quello che i wahabhiti considererebbero l’ortodossia. La tomba del Derviscio presso la quale si fermavano sempre in preghiera gli eredi di Gengis Khan, è significativamente luogo di pellegrinaggio anche per gli Hindu. Polo mistico di canti, musica e poesia, è una fortunata icona di tolleranza a fronte di opposti estremismi.
Per arrivarci abbiamo dovuto inoltrarci scalzi tra i labirintici vicoli di una medina medievale, confrontandoci nel mentre con una galleria umana di raggelante miseria. Lungo il percorso obbligato di corridoi coperti si apre d’improvviso anche l’affaccio sulla piscina di un antico pozzo -al nostro passaggio un ragazzino ci sguazzava noncurante del putridume delle acque-; poco più avanti in una mini madrasa una quindicina di piccoli ascoltavano attenti un barbutissimo maestro; e alla fine, dopo un’ultima svolta, la luce ci ha investito dallo slargo dei qawwali.

Eccomi qui Hazrat Awlia, sono venuto anch’io, come hai scritto in uno dei tuoi versi, ‘alla fine della tua strada’…

lunedì 24 settembre 2007

Time and nature

Nel paese di Khajuraho e del Kama Sutra, e quindi nella patria di una visione filosofico religiosa della sessualità che si fa espressione della forza vitale e assume significati trascendenti rimandando alle potenze cosmogoniche, permane un numero notevole di taboo sull’argomento in questione.
I recenti tentativi di introduzione da parte di vari governi locali di una qualche istanza di educazione sessuale nelle scuole non hanno mai incontrato una risposta particolarmente entusiasta. A Delhi la polemica è di questi giorni e le foto qui sotto sono state accostate senza ironia sulla stessa pagina di uno dei maggiori quotidiani nazionali in lingua inglese





mercoledì 12 settembre 2007

Troppo féscion!

La figlia di Sandokan sale con zompetto aggraziato sulla passerella per andare dietro le quinte. Inseguita dai paparazzi, ne riconosce uno amico: “Hiiiii!!!!” Dopo un colpetto alle chiome fa flap flap con l’occhione, sfodera sorriso d’ordinanza ed è in posa perfetta: alè, raffica di flash!
Cavolo, sembra di stare a casa…
La ‘ramp’, come la chiamano qui, è in tessuto sintetico nero su un’intelaiatura di legno, niente specchi e illuminazioni sottostanti, ma insomma, per il resto ci siamo. E’ la penultima giornata dell’India Fashion Week, supertrendy, bollywooddissimo evento che presenta le collezioni per la primavera dell’anno prossimo. Gli inserti di gossip dei quotidiani non parlano d’altro, sfilano anche le attrici più in voga del momento come quella che ‘just got out of the plane from London only for his show!’: such a sweetheart, isn’t she?





I loved it, con tutta la sua parafernalia di luci improvvise e telecamere protruse a catturare il passaggio e l’opinione delle celebrities locali: un pirata con tricorno, una redattrice con vocione e chioma alla Sally Spectra, un designer slavato e meshato (oh yes), vestito da domatore di cavalli. Fantastico, in pratica è come il set di Amarcord: pappappappaparapà, pa-pa, pa-pà, pa-pàaaa!
Il giro di denaro è di tutto rispetto ed in crescita costante, si parla di gemellaggi e inviti sempre più frequenti alle sfilate europee e d’oltre oceano. Ne si evince tra l’altro che da qualche parte nel subcontinente si dovranno pur nascondere numerose sciure metropolitane disposte a infilarsi tubini e mostrare polpacci – non più bozzoli colorati come le aveva impudentemente descritte Moravia?
Usciamo, fuori c’è un buio pesto e i rickshaw a pedali, ma -forget it- noi, come si dice in milanese moderno, andiamo a un loungebar per l’after-party….

martedì 4 settembre 2007

In style

Sir David Ochterlony, Resident britannico a Delhi agli inizi dell’800 andava a passeggio ogni sera accompagnato da tutte le sue mogli, ognuna sul suo elefante, formando un corteo che immagino sia stato piuttosto imponente… Beh, quello sì che era viaggiare con stile!
Nel nostro piccolo non abbiamo voluto essere da meno e così, visto che il Delhi belly e il lavoro ci avevano fatto rinunciare al giro in Ladakh, ci siamo rifatti con un fine settimana dal Maharana Singh di Udaipur.










I Rajput Sisodia di Udaipur sono eredi del trono di Rama e discendenti di Surya, il dio sole, ne consegue che le loro residenze sono all’altezza di cotanti titoli. In un' atmosfera fiabesca a metà tra Bellagio e Monte Carlo ci siamo sistemati al Jag Niwas, il palazzo d’estate su un’isola del lago Pichola (anvedi aho’), in una profusione di lusso e cerimoniali orientali che sinceramente è stata una goduria.
Per arrivare abbiamo viaggiato su un aereo ad elica, ma sarà che ormai siamo imbevuti di fatalismo subcontinentale o che il rumore dei rotori ci cullava come quello della pala in camera nostra, fatto sta che ce la siamo dormita tutta come neonati. Poi, a bordo di una Ambassador crema che avrà avuto almeno 40 anni, abbiamo fatto il nostro ingresso trionfale a palazzo superando guardie e cancelli alla Buckingham per arrivare ad un imbarcadero in ferro battuto attesi da uno stuolo di attendenti inturbantati e sorridenti ragazze in sari.










Un simil gondoliere dal basco blu ci ha poi trasportato all’ingresso dell’hotel su una imbarcazione del Kashmir; S è stata quindi scortata nella hall protetta dal rosso parasole reale… (eh beh)



martedì 28 agosto 2007

Bangalore falls

E vabbè, per la legge dei grandi numeri prima o poi doveva capitare… Certo che poi se uno ci mette del suo… ‘a Bangalore c’è l’unica carne buona’: appunto, così buona che mi ha annichilito. Risultato, Rifaximina a go-go e una media di 1,2sec netti dal letto al ‘pozzo dei desideri’. Quando ti tocca stare sui blocchi di partenza alle 3.30 del mattino la mente vaga e paradossalmente fai in tempo a pensare a un sacco di cose:

  1. a fare mentalmente testamento,
  2. a pensare che hai fatto imbufalire Nandi, il veicolo di Shiva, e mò ti tocca subirne le conseguenze,
  3. che vegetariano, anzi meglio vegano, è bello, molto bello!
  4. che mia nonna avrebbe senz’altro saputo cosa fare, altro che infusi colle foglie di Guava
  5. che il contorcimento delle budella è la tortura più pazzesca mai inventata dall’inquisizione
  6. come si dirà merda in Hindi?

lunedì 6 agosto 2007

Ice cubes

Ghi-à-ci-o Gi-ù-li-o, ghi-à-ci-o!

Gadodia market

Spice up your life

Monsoon


Here comes the rain again

500 yards, 4 religions

Non fai a tempo a metterti le scarpe che le devi togliere di nuovo…
Lungo il lato sinistro di Chandni Chowk si susseguono a ritmo serrato i templi di ben 4 religioni. Dopo il tempio Jain viene quello Hindu, poi quello Sikh e infine una moschea; praticamente un ecumenismo spaziale se non filosofico.
Il tempio Hindu è uno dei più importanti a Delhi tra quelli dedicati a Shiva. Quando sabato ci siamo dati a questa maratona religiosa la pioggia durante la notte era stata incessante, per cui strade e vicoli erano ancora un guazzabuglio di fango. Una gioia lasciare scarpe e calzini nel vicolo paludoso e avventurarsi poi a piedi nudi…
Se nel tempio Jain avevamo assistito ad una devozione meditativa e silenziosa, qui siamo stati testimoni di una devozione dinamica: un gruppo compatto e numeroso di uomini e donne si affollava chino attorno all’antico lingam, intento ad una abluzione continua dello stesso, un’attività senza soste di impressionante fervore.
Poco più avanti sorge, sul luogo del martirio del Guru, un grande Gurudwara Sikh, a cui si accede non solo scalzi, ma con la testa coperta. Salite le scale ci si ritrova in una grande aula coperta di tappeti, il cui aspetto ha effettivamente delle affinità con la struttura delle moschee. I devoti che non si siedono in preghiera al centro dell’aula sono guidati in un percorso perimetrale che li porta davanti ai resti dell’albero presso il quale avvenne il martirio e poi dietro alla struttura che conserva il Sacro Libro Sikh, che viene costantemente presidiato dai sacerdoti. Al lato dell’altare, al momento della nostra visita, 3 di loro suonavano e cantavano inni.
Che il culto del Sacro si esprima in forme così differenti in uno spazio tanto ristretto, e a fronte della povertà delle costruzioni circostanti e della frenesia dei bazar tutto intorno, lascia in qualche modo frastornati; costringe per forza di cose ad una indigestione di informazioni dalla difficile elaborazione.
Affacciarsi dalla terrazza della moschea dalla quale l’invasore persiano secoli fa assistette all’orrendo massacro di quasi tutta la popolazione fa percorrere un brivido lungo la schiena. L’umanità dimentica si muove in massa al di sotto, una fontana vittoriana a secco è sormontata da una piccola bandiera Sikh arancione a ricordo di un altro martire; scendiamo e attraversiamo il fiume di macchine e autorichshaw per infilarci in un vicolo: passato un ragazzo che, usando le mani come pennelli, dipinge di nero una serie di barre metalliche abbiamo trovato, seminascosto, un altare a Kalì con un suo inquietante avatar, è dunque questa la Yuga/Età della dea?

venerdì 3 agosto 2007

Sky-clad

Finalmente mi sono dedicato ad un’esplorazione un po’ più approfondita dell’hardcore di Delhi, vale a dire Shahjahanabadh e dintorni. Devo dire che però erano i tempi giusti, sono stato contento di scoprirmi infatti ormai del tutto rilassato anche nella calca, o quando affrontato da procacciatori di affari e questuanti. Poi ormai un po’ ho letto della storia della città e tutto vedendolo acquista un altro senso. Ho seguito gli itinerari raccolti in un libretto da 2 puntigliose sciure inglesi –solo loro del resto sarebbero state in grado di scrivere cose del tipo “è il 24esimo negozio sulla destra dal punto in cui ti trovi…”- che mi hanno guidato nel labirinto del bazar con precisione millimetrica. Ho cominciato con il tempio Jain che dà sul Forte Rosso ed è stata subito un’esperienza notevole. I Jaina sono del resto degli estremisti dell’etica, figurati se non ne rimanevo affascinato. A quanto ho capito, e spero di non scrivere eresie, non credono nell’intervento divino nella storia personale dell’individuo, per cui il processo di purificazione/liberazione e il cammino verso l’illuminazione è tutto personale. Non si pregano vere e proprie divinità, ma un insieme di 24 ‘santi’ che sono stati capaci di raggiungere il nirvana. L’Etica Jain ha come cardini una serie di concetti che hanno influenzato Gandhi in maniera evidente: il culto dell’Ahimsa - non-violenza, della Satya – verità, ma anche della Brahmacharya – castità e del Aparigraha – non-possesso, sono tutti elementi da lui applicati nella vita dell’Ashram e non solo, e in fondo sono i tratti per cui, ad un primo piano di conoscenza, viene di solito ricordato in Occidente.
Sulle antinomie dell’essere la filosofia Jain si fa ai miei occhi ancora oscura, e non oso certo scriverne qui qualcosa. E’ evidente però che i tratti esteriori del culto e la liturgia sono ciò che colpisce subito chi, come me, ne era ad oggi del tutto ignorante. Le offerte di riso, il ‘lavaggio’quotidiano dei Tirthankaras con il latte, la pasta di sandalo successivamente applicata, seguono un codice rituale elaborato e stratificato nei secoli che impressiona. A guardare l’accensione degli incensi pensavo quanto il trading floor del LSE fosse distante non solo nello spazio, ma anche nel tempo. A vivere qui mi si rinnova quasi quotidianamente la meraviglia di quanto in questo piccolo mondo si possa vivere in condizioni e sistemi di pensiero spudoratamente differenti.
Il percorso della distruzione dei kharma può essere affrontato con maggiore o minore radicalismo; al livello più alto di determinazione ci sono ovviamente i monaci, che dividono i Jain in 2 affascinanti scuole di pensiero: nel percorso di mortificazione e rinuncia l’abito è dagli uni concesso, ma esclusivamente di leggerissimo lino bianco, dagli altri è escluso che la liberazione non passi attraverso l’essere ‘vestiti di solo cielo’, ossia i monaci, secondo la fantastica espressione inglese, should only wear their birthday suit. Io ho negli occhi la figura di un imponente Buddha vivente, rasato e seduto su un essenziale scranno di legno, completamente assorto nella lettura di un minuscolo libriccino di scritture - la cui misura faceva quindi straordinario contrasto con la mole dell’uomo - e le cui sole reni, come per l’appunto prescritto, erano avvolte nel lino – un’ immagine d’antonomasia per il termine ‘fuori dal tempo’.

Vavavuma

Ebbane sì, dopo aver detto peste e corna dei SUV tra le strade romane, abbiamo finito per prenderne uno noi in India... eccovi il nostro nuovo cubo su ruote, SENZA 4 ruote motrici, SENZA ABS e SENZA freni a disco posteriori... (Praticamente un Ducato del 21esimo sec.)

La molto amata dai Delhiwallah: Mahindra Scorpio!

mercoledì 25 luglio 2007

Obsession

Esemplare di 'Gecus Indianus' abbarbicato sul muro della nostra veranda. Quando lui e suoi fratelli escon fuori al tramonto a caccia di insetti Kina dà fuori di matto. Si esibisce nell'ordine nel 'passo del giaguaro', nella 'punta alla beccaccia', nell'assalto a tutta fauce, nell'ululato di disperazione, nel saltello esasperato lungo il muro, per terminare spiattellata, ansimante e a bocca asciutta, ma sempre con l'occhio incollato sul lucertoloide. Appena riprende fiato ricomincia da capo... TUTTA SERA...
Ad ognuno le sue ossessioni...

venerdì 29 giugno 2007

La relatività ristretta

Ahmedabad, Gujarat. Due giorni intensi, immagini impresse a fuoco nella memoria, per sempre probabilmente. Siamo partiti contenti di andare a esplorare finalmente una parte nuova dell’immenso paese e quello che abbiamo visto dobbiamo ancora elaborarlo.
Come la coniughiamo la nostra felicità di giovane coppia abbracciata sul sedile di un rickshaw che avanza a scossoni sotto il muro d’acqua delle prime piogge monsoniche con la devastante povertà che si dispiega ai bordi del viale che percorriamo? Che coscienza hanno, gli uni degli altri, le donne che lavano i panni sul marciapiede e i businessman nella sala d’attesa dell’aeroporto? Che posto troviamo per il fango del mercato ortofrutticolo e per le insegne ultramoderne dei mall. Ci sia concessa l’ovvietà retorica, ma i contrasti visti e vissuti ci hanno travolto. Ahmedabad è l’India profonda e contemporanea, e di questa ha tutti, ma proprio tutti, gli idiosincratici tratti.
Il nostro albergo è una casa patrizia, una haveli di inizio secolo ristrutturata, che parla di Raj, di commercio dei tessuti, della Manchester dell’India, ed è immerso in un’atmosfera degna del Grande Gatsby, in cui si riescono facilmente ad immaginare i membri della famiglia ritratti alle pareti in fotografie color seppia degli anni ’20.
‘Fancy a nice cup of cha, darling?’ Sembra il set perfetto per un’ indagine di Poirot.
Mangiamo samosa e hummus ascoltando il rumore della pioggia incessante che ci arriva attutito al di là dei blind di bamboo. Poi qualche raggio di sole filtra dalle finestre e decidiamo di andare a visitare i pozzi di Adalaj. Attraversiamo il ponte sul Sabarmati e passiamo accanto ad una enorme, inquietante centrale elettrica alla Simpsons, gestita da una compagnia australiana, per poi imboccare una grande arteria ai margini della quale la vita pulsa frenetica in forma arcaica e in totale povertà. Bambini seminudi, ripari improvvisati fatti con teli di spessa plastica blu e pali di legno, cumuli di carbone, turbinii di polvere, cani che si abbeverano a pozzanghere di acqua scura e vacche che ruminano. Odore di urina e spezie che ti sorprende a folate. Dopo mezz’ora, una svolta a sinistra, la strada si fa stretta tra due file di improbabili negozietti e si avanza a fatica in un traffico di biciclette, muli e carretti. Alla fine della via uno spazio aperto nella pianura, nel nulla assolato, un tempio, una piccola insegna in sanscrito. E’ qui, in quest’ambiente da Mad Max, seminascosto alla vista, questo pozzo scavato nella pietra 7 anni dopo la scoperta dell’America. E’ un ambiente magico, grandioso, frutto di un imponente lavoro certosino che ha intagliato gradinate, ballatoi e gallerie di forte impatto e armonia. Fotografiamo le arcate, nell’illusione di conservare anche la sensazione del momento, tutti sudati nell’umidità soffocante e circondati da sparuti gruppi di turisti indiani. E’ uno scontro ulteriore con la consapevolezza che il progresso, la civiltà, l’arte e il bello non procedono linearmente lungo il vettore della storia.
Lunedì mattina ci alziamo presto per addentrarci tra le strade della città vecchia prima che il caldo si faccia insopportabile. Muniti di mappa e di lettori mp3, che ci descrivono quello che vediamo, abbiamo purtroppo l’impressione di essere, ed apparire, nuovamente come marziani, a cui è dato il privilegio di guardare, ma forse non di comprendere.
L’albero della vita orna, nel suo superbo intaglio di pietra, l’arco acuto della moschea davanti all’albergo, sembra aspettare il ritorno del re nella città sotto assedio delle truppe di Mordor…
Procediamo a ritroso nel tempo, più i vicoli si fanno stretti e più si dispiega inaspettata e sorprendente la vita di un comune medievale: una donna e un bambino caricano di sabbia il basto di un asino, sull’uscio di un negozietto di argenti un giovane è intento a far quadrare su un foglio bianco una complicata contabilità. Lo spiazzo della moschea maggiore ricorda la Jama Masjid di Delhi, ma è sul retro che gli incontri si fanno straordinari. Tre donne riposano accovacciate sui ciarpaj mentre alcune capre si muovono lente attorno a loro. Ridossati all’ombra del muro di cinta della tomba del sultano Ahmed Shah, due agnelli dormono uno di fronte all’altro. Sembrano il simbolo speculare e un po’ fuori luogo dell’Evangelista e tuttavia quando un bambino sporco e sorridente ci indica alla madre non posso fare a meno di pensare che è stato scritto: ‘Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo’.
Siamo di nuovo in un bazaar, i venditori si succedono a ritmo serrato, si vendono dagli ori agli articoli di cartoleria, pile interminabili di quaderni fanno meraviglia. Poi un altro angolo e un’altra sorpresa: incastrato in un vicolo un tempio Jain è un’oasi di silenzio suggestivo. I fedeli che entrano risvegliano l’onnipotenza suonando la campanella antistante il Sancta Sanctorum e due giovani ragazze mormorano preghiere sovrastate da statue di figure danzanti. Entriamo nella zona delle antiche haveli di legno attraverso l’ingresso di una pol; animali e uomini condividono qui da sempre tutti gli spazi, ogni slargo ha un abbeveratoio, una casetta per gli uccelli, del foraggio per le vacche. Ci affacciamo sull’uscio di una casa storica, ci fanno segno che possiamo entrare, 2 uomini seduti su seggiole di plastica sorvegliano una pompa elettrica che tenta invano di svuotare l’ingresso dall’acqua, le finestre intarsiate sono aperte, ma dei ricchi brahmini che vi si affacciavano un tempo non è rimasta traccia.

Guardo per l’ultima volta il Sabarmati, penso a Gandhi che fa yoga all’alba sulle sue sponde e mi chiedo se e quanto la veduta dal fiume fosse molto diversa ai suoi tempi. Chissà se ti rivedrò Ahmedabad: I wish you could see no evil, hear no evil and speak no evil.

giovedì 14 giugno 2007

domenica 27 maggio 2007

Bohemian Rhapsody


Oh mama mia, mama mia. Mama mia let me go!

venerdì 25 maggio 2007

AC Milan goes International


The Chaaampions!

giovedì 24 maggio 2007

Flamboyant

Nella fioritura degli alberi di Delhi c'è qualcosa di straordinario. A parte gli alberi da frutto da noi si è davvero poco abituati ad uno spettacolo simile. Qui tronchi nodosi, maestosi e imponenti producono incredibili spruzzi di colore. Si capisce come Holi sia la festa Hindu del colore, da quel momento in poi la temperatura cresce esponenzialmente, mentre la natura produce arcobaleni incredibili.




Gulmohur (Delonix regia) - giustamente conosciuto anche come Flamboyant o Flame Tree

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Jarul (Lagerstroemia speciosa) o Pride of India

'Pop' art

L'estate a Delhi comporta qualche problemino con l'elettricità. Il consumo va alle stelle e la rete non regge, la frequenza dei famigerati 'power cuts' aumenta e le fluttuazioni di voltaggio fanno saltare le lampadine come pop corn impazziti. Praticamente sono generi di consumo quanto il pane e il latte.
Per fortuna c'è...

Dedicato a O. (where 'r u??)

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Electric meters - artist unknown

martedì 22 maggio 2007

Back home

Ecco, siamo tornati… Ragazzi che settimana, da parte mia è proprio da dimenticare. Scrivo rincorbellito dal fuso, che avevo giusto assorbito 2 giorni fa, e vabbè. Ieri notte all’arrivo siamo stati accolti da questi allegri 37gradi, anche se in realtà era molto secco e non abbiamo subito troppo l’effetto phon. Al risveglio stamani Jor Bagh ferveva della solita attività: autisti che lavano le macchine, mali al lavoro nonostante lo ‘scorching heat’, guardie appostate scalze sotto i loro piccoli ventilatori; insomma tutte cose ormai familiari, perché questa ormai è Casa.

mercoledì 9 maggio 2007

venerdì 4 maggio 2007

Tanker


Crossroad

Christmas time

Come dire, sabato scorso avevamo una cosuccia da fare che ci ha tenuto impegnati per un pò...


Laonde per cui aggiorniamo brevemente solo oggi.


Mercoledì 18 scorso era Natale! Ossia, è arrivato il nostro agognato container. Scena surreale, occupava mezza via ed era pieno fino all'orlo come potete vedere

Dopodichè è cominciata la missione impossibile dello spacchettamento parossisitico in modo da fare un minimo spazio agli ospiti in arrivo. In 2 giorni abbiamo eliminato la metà dei cartoni, notevole direi. Solo che l'altra metà è ancora in giro.... Vabbè, chian chianino, dài.

Quanto al trasporto è andato tutto liscio, si è rotto giusto il diffusore di una lampada, ma solo perchè era stato imballato male dalla casa produttrice; meglio di così non si poteva, dài.

sabato 14 aprile 2007

Foto!

Le avete chieste? Eccovele:
http://picasaweb.google.com/delhirio/IndiaAprile2007
Courtesy of Paolo C.!

giovedì 5 aprile 2007

Fenomenologia della locomozione

Palle! Il traffico a Delhi non è caotico, è mistico. A parte che ce n’è molto meno di quanto me ne aspettassi e di quanto leggendo mi fossi preparato a fronteggiare, ma poi soprattutto chi ha affrontato il Muro Torto in un tardo sabato pomeriggio prima di Natale è molto più che vaccinato…
Altro mito da sfatare è che il guidatore indiano sia privo di logica; in realtà segue una serie rigidissima di regole non scritte che proverò, con fatica e senza la pretesa di render loro giustizia, ad elencare. Innanzi tutto i veicoli si possono anch’essi dividere in caste:
Mercedes, i bramini della strada, chi le guida qui non ha raggiunto solo la tranquillità economica, ma evidentemente dimostra anche fede assoluta nel samsara delle carrozzerie, vista che l’incidenza statistica del tamponamento, per quanto lieve, è mostruosamente alta.
Personalmente io vivrei l’avvicinamento degli ‘otoricsou’ (vedi sotto) come un continuo attacco diretto alle coronarie, ma è chiaro che il tantrismo yoga ha garantito ai possessori indiani di Benz l’apertura del chacra della serenità assoluta, beati loro.
Scorpio, la suv della casta guerriera: indomite, fanno del salto di corsia alla cieca lo status symbol della nuova upper middle class.
Maruti Suzuki, middle class per eccellenza, per capire vedasi ‘Pollo al burro a Ludhiana’, rosa shocking le mie favorite. Casta commerciale, le sciure dei quartieri residenziali usano il loro clacson con la grazia del batterista degli Smashing Pumpkins, ma in realtà vogliono solo significare ‘namaste’, annunciano l’arrivo delle loro maestà senza che il mascara si scomponga minimamente. A bordo di solito ci sono una decina di parenti di minore età.
Ambassador governativo ufficiali, fascinose, scomodissime signore della strada, laiche alla Nehru, dal 2001 sulle enormi, mostruose sospensioni posteriori a balestra –modello autoarticolato OM del ’75- viene montato un fantastico rinforzo idraulico verde per cui il retrotreno ballonzola molto più di una 2Cv
Ambassador taxi, i cab di New Delhi, eccezionali… Power Brake, keep distance, enjoy your ride. India spregiudicata del terzo millennio, tra l’Hindutva e il liberalismo. Shiva fluorescente al neon che copre il tachimetro e tassametro coperto da un sari di 5 metri che nasconde con modestia il galoppo taroccato della rupia liberalizzata.
Autobus e Water Tankers, gli equivalenti delle vacche sacre, imprevedibili e di conseguenza molto pericolosi, ma va loro tributato il massimo rispetto.
Autorickshaw (leggi otoricsou, K S dixit, and added with a compassionate grin: ‘but mainly the foreigners call them tuk-tuk’), i driver li considerano i dalit del trasporto urbano, ma per guidarli secondo me ci vuole un coraggio veramente invidiabile: l’angolo visuale non supera i 20 gradi, 10 a ds e 10 a sin rispetto alla focale del guidatore, in curva l’imbarcata è superiore a quella di un Classe America sotto raffica di 40 nodi, gli specchietti sono posizionati all’interno dell’abitacolo e ancora effettivamente ci si interroga sulla loro funzione: studiosi di antropolocomozione suggeriscono un impiego doppio, decorativo e di controllo dei passeggeri.
Moto, a sua volta divise in 3 sottocaste: Royal Enfield, l’Harley Davidson del subcontinente, sogno tutt’altro che nascosto di tutti i driver; Honda Hero e simili, trasversali, anch’esse ovviamente prive di specchietti, spesso guidate da bikers con casco nero a forma –senza scherzi- di pallina da golf; scooter similVespa (I don’t like, K dixit), l’equivalente della Station Wagon americana, trasportano invariabilmente l’intera famiglia, di solito composta da almeno 4 membri, padre guidatore con davanti pimpo abbrancato al manubrio e madre pudicamente e instabilmente seduta di traverso con altro pimpo, di solito addormentato e con capino penzolante a sinistra.
E ora vengasi alle regole di ingaggio, ossia al codice non scritto della strada. Il numero di arterie multicorsia è sorprendente e la qualità dell’asfalto è in generale moolto superiore a quella di Roma, dove l’idea di Foro nell’era Veltroni è quella dei crateri mortali per motociclisti sulla Pineta Sacchetti. Tuttavia come a Roma, e forse anche più, qui il semaforo davvero non impone una regola, ma dà, diciamo, un consiglio. Per compensare la decisione di non seguire il consiglio fornito ci si attacca a manetta al clacson e si va. Il clacson è uno strumento essenziale e viene utilizzato con criteri assolutamente coerenti, ma molto diversi da quelli a cui ero abituato. Suonare innanzi tutto non implica affatto irritazione per una manovra azzardata fatta da altri, nessuno suona con rabbia od ira, fondamentalmente si suona soprattutto per far sapere a quello davanti che si sta sopraggiungendo. Inquinamento acustico? Forse, ma soprattutto necessità: nessuno è fornito di specchietto sul lato opposto a quello del guidatore e, chi ce l’ha, per paura che glielo rompano, tiene debitamente ripiegato anche quello dal lato guida. Non solo, ma la freccia è un accessorio assolutamente in disuso, per cui è fondamentale avvertire chi sta davanti del proprio arrivo, visto che nel caso si decida di girare non ci si preoccuperà minimamente di verificare che non ci sia nessuno alle proprie spalle e sarà invece questi, come stabilisce appunto la regola d’ingaggio nr.1, a dover farsi sentire.
Delhi batte poi anche i record francesi in quanto ad ossessione per le rotonde e la regola d’ingaggio nr.2 ne stabilisce la mistica delle precedenze. E’ infatti rigoroso che l’approccio alla rotonda sia fondamentalmente quello dell’ohm: ci si avvicina al momento, si inspira, si chiudono gli occhi, ci si butta (ohm) e si espira sgasando verso l’uscita prescelta. L’afflato divino garantisce che miracolosamente non succeda quasi mai niente.
E non aspettatevi cose esotiche, cammelli ed elefanti si trovano solo in tangenziale e in autostrada.
(To be continued: nel prossimo capitolo si tratterà in dettaglio del rigore kantiano nell’uso esclusivo degli abbaglianti)

mercoledì 4 aprile 2007

O Roma o morte

N I is fixing the blinds in the lounge when, out of the blue, while banging the hammer on the wall he asks:
'Sir, you are Italian, are you not?'
Yes I am...
'Can I ask you just one question?'
Sure
'Isn'it true that the Vatican is a State within Italy?'
Yes...
'Like Lesotho in South Africa?'
Much smaller...
'The Vatican should belong to the Italian State, the Vatican should belong to Italy!'
Well...
It doesn't even have an airport, am I right?
Yes, it's true...
'The Vatican should belong to Italy, that's all I had to say!'
Ok....?!?

martedì 3 aprile 2007

The team









K S, aka 'the lion', aka 'the boss', aka 'il fighetto', aka 'Royal Enfield'

driver








R, aka 'sgarR'

cleaner and cook













Mali, aka 'Houdini', aka 'il geometra', aka 'the bell'

gardener

lunedì 2 aprile 2007

The journey

ND 06 March 07
Sì, vabbè, ne ho già fatti altri di viaggi ‘al buio’, senza sapere esattamente dove andassi, cosa avrei trovato e come sarebbe cambiata la mia vita; e poi stavolta non ho fortunatamente neanche un secondo per pensare. Sono sfinito, l’ultima settimana ho battuto tutti i miei precedenti record di iperattività e stanchezza, sedermi in aereo è davvero l’agognato traguardo, anche se probabilmente il pensiero della bestia nella stiva non mi farà poi dormire così tranquillo…
Neanche ho messo la sveglia, tanto sapevo che avrei dovuto lavorare tutta notte; Kina ha capito da giorni che c’è qualcosa di strano e mi sta attaccata come un francobollo, se mi siedo o mi sdraio un attimo per riposarmi mi spatascia immeditamente il muso sulla coscia, che tenerezza l’antropocana...
Rido da solo, mi ci mancava solo dover spaccare la fascina dell’Ikea alle 3 del mattino (avete presente? è proprio una fascina di legna che quei furbastri degli svedesi hanno trasformato in elemento di ‘design decorativo’). Nel buio della notte di Mte Mario butto una quintalata di rifiuti e robe inutili, preparo un cartone di detersivi che ammollerò al simpatico (…) F e all’alba finalmente peso le valige, 40 kg… sorbole! Sul mega trasportino di Kina attacco, con lo scotch dei trasportatori, un cartello ridicolo con cognomi, numeri di cellulare e la scritta ‘please handle with care’. Prima che arrivi il van a prenderci devo pure passare in banca a fare il bonifico a quelli degli alimentari, ritirare un po’ di soldi, andare dal Goloso a prendere del formaggio con cui sparare il sedativo a Kina e poi finalmente dare le chiavi a F. Easy, come al solito!
F, che godeva quanto me del fatto che non ci saremo più rivisti, ci ha tenuto a darmi l’ultima sua perla ghignante di saggezza: ‘mio nonno diceva: se vuoi male a qualcuno auguragli che debba cambiar casa’! E che ci volete fare? Volemose ‘bbene!
Le ultime fasi sono di iperconcitazione, in banca ovviamente il collegamento in rete non funziona, invece del van arriva una specie di pulmino a 9 posti e , di nuovo ovviamente, il Goloso è chiuso. Ok, no panic, corro da Angelino che mi regala un po’ di mozzarella, lo saluto pensando già a quanto mi mancheranno i suoi arancini, torno indietro, ritiro finalmente le carte in banca e protubero il pillolozzo tra le fauci della belva.
L’animala è scatenata, abbaia, si divincola… ‘Che carina (?!), come se ghiama?’ Mr, conversazione la facciamo dopo magari, carica il valigiame che mi ci manca solo di perderlo ‘st’ aereo! L’ingresso al GRA da Boccea è intasato di traffico, ‘nnamo bbene! Tanto non ho la forza per arrabbiarmi… La pillola non ha sortito alcun effetto, chiamo il veterinario che mi dà l’ok per una seconda dose prima di partire. Confermo tutto ai trasportatori mentre vedo finalmente il cartello ‘partenze internazionali’. Per fortuna riesco a brancare subito un portantino, che però alla vista della gabbia ci tiene subito a precisare, ‘ahò questo però è bagaglio non convenzionale, se paga deppiù’. Vabbè, vabbè, annnnamooooo!
Eh già, solo che l’Eurofly non ha uffici a Fiumicino, al check-in non c’è anima viva e nessuno mi sa dire cosa fare e dove aspettare. Credo che al banco informazioni abbiano visto il fumo uscirmi dalle narici perché poveretti, per quel che possono si prodigano; alla fine comunque non mi resta che aspettare di fronte al presunto banco del check-in circondato di indiani che sembrano stupiti di Kina quasi che fosse un cammello al casello…
La poveraccia comincia ad avere l’occhio a mezz’asta e non protesta più di tanto quando la caccio dentro alla gabbia, solo che più tardi scopro che anche la gabbia deve passare ai raggi x, e una volta tirata fuori l’animala non ne vuole più sapere di rientrare. La saluto davanti a un mega ascensore, pigola, speriamo vada tutto bene.
Una bellissima hostess finalmente conferma: ‘ho chiesto al Comandante, il suo cane è a bordo, tutto a posto’. Grazie, allora svengo un attimo.
‘Seat for landing’.. Delhi! Non moltissime luci, ma certo più che a Managua, come l’altra volta penso ai racconti di Ramirez e della Belli e finalmente, dopo un interminabile avvicinamento atterriamo. Sì, ma non è finita… ‘mi dispiace informarvi che siamo settimi in coda per il parcheggio’… prima esperienza di traffico asiatico? Altri 45 minuti seduti fermi in aereo mentre S mi messaggia confermandomi che abbiamo tutta la documentazione per la bestia ed è tutto a posto. Finalmente fuori, un po’ stordito, arrivo al controllo passaporti e vedo S, che col suo tipico piglio -quanto mi è mancata!- cerca di sapere da dove arriverà la gabbia. Il papiro di carte si rivela del tutto innecessario, non mi ci mettono su neanche un timbro ricordo! Vabbè, tanto meglio. Ed eccola che eventually ci viene annunciata ‘ the dog is coming’… la scena è veramente ridicola, quando vede S la gabbia comincia a sobbalzare, il suo pigolio di gioia è incontenibile e scatena i sorrisi di tutti gli astanti: vvellcom tu India!

domenica 1 aprile 2007

Water, water!

ND 13 March 07
Le ultime parole famose: quando arrivo a Delhi vado in vacanza, non muovo un dito per almeno 10 giorni.. come no! La casa mi piace ma c’è parecchio da fare e quando arriva la squadra di operai non riesco nemmeno a capire chi è il supervisore. Dopo una giornata estenuante di misunderstandings con carpentieri, idraulici, pittori e quant’altro alle 7 con S decidiamo di andare a cenare a Connaught Place, torniamo dopo poco più di 2 ore e le guardie ci accolgono al grido di ‘water, water!’.. Eh, già.. qualche brillantone ha visto bene di lasciare aperto il rubinetto di cucina che ancora andava a tutta manetta e avendo tutti gli scarichi otturati ci siamo ritrovati con 3 dita d’acqua in tutta casa… Kina s’era rifugiata in un angolo e con le zampe a mollo tremava come una foglia. Per fortuna il divano letto si era salvato perché posizionato su un punto del pavimento leggermente sopraelevato; per il resto, un disastro. Con un solo straccio a disposizione e 2 secchi di quelli della vernice siamo andati avanti fino a mezzanotte a dragare il tutto. Easy life! Dopo ho perso i sensi e dormito 7 ore un sonno sordo anche ai sogni.

Hawks, parrots and street dogs

ND 12 March 07
I like Jor Bagh, it’s sufficiently safe and surreal to make me happy. Our house is on the corner of a little square with a fenced cricket field in the middle surrounded by a few Jacaranda trees. Given my Nicaraguan experience this is definitely heaven. I can even walk Kina at night without any fear whatsoever. Well actually there is a little danger but it doesn’t come from humans, it comes from the many street dogs that are so common around here. In particular there is a pack of dingoes that reigns in the neighbouring block and that don’t make me feel particularly comfortable when I’m with our little scared black furry thing. We noticed dog owners always carry a walking stick when they stroll with their puppies, so I thought I could have my take on that... and I bought a cricket bat! The bloody thing it’s quite nice but heavy and I’m not sure if it makes me look a sportsman or a perfect idiot.
Nature is flamboyant around here, if we were lucky we could have had tiny red-breasted birds on the balcony in Rome, while in Jor Bagh when I pop in the garden in the mornings I am saluted by at least 4 couples of small hawks that fly in circles over the roofs. Tropical parrots chase each over through the Jacaranda leaves and little grey squirrels are all over the place. This is something that makes some parts of Delhi similar to Managua, you face the same contrast between amazing nature and amazing poverty. On the way back home from lunch, to give you an example, at a traffic light we were offered a little show by 2 children who couldn’t have been older than 5: the little dirty boy sported some fake moustaches painted under his nose and played incoherently a drum while this poor girl performed an awesome number twitching his tiny arms in order for an iron ring to pass continuously from the back to the front of her chest. It was overwhelming, I couldn’t look at them in the eyes.

Division of labour

ND 12 March 07
S ha stilato con Mr B una lista, notevole, dei lavori da fare in casa e Mr G ha mandato una sua squadra di operai. Su questi pochi giorni passati con loro ci sarebbe già da scrivere un libro… Forniti di strumenti rudimentali fanno orari massacranti, sono equipaggiati di una flemma disarmante, sorridenti e perplessi di fronte a noi 2 marziani (rigorosamente Sir and Ma’m), mi forniscono una bella dose quotidiana di ‘food for thought’. La caratteristica che più salta agli occhi è che obbediscono ad una divisione del lavoro impressionante per rigidità: chi spazza, spazza e basta, e così chi dipinge, chi piastrella o ha altre mansioni. Il famoso multitasking è un concetto del tutto sconosciuto. E’ il coordinamento delle attività che ha dello straordinario: il pittore non si porta né scala né pennello, c’è chi lo fa per lui, e questo valga anche per tutti gli altri mestieri, con il risultato che i tempi sono sempre biblici. La barriera linguistica è mostruosa e spero davvero di avere tempo, capacità e modo di imparare almeno un po’ di Hindi perché tutto davvero risulta altrimenti molto complicato. Ogni richiesta viene invariabilmente assecondata dal dondolio di assenso della testa ed è tutto un ‘tikka tikka’ anche se poi niente viene fatto al momento della richiesta stessa. Dopo aver ripetuto la cosa tutto il giorno di solito a metà pomeriggio cominciano a risponderti ‘morning’ ossia domani.
La fresa tace, meglio vada a controllare che succede…

Jor Bagh area: Diagonale * diagonale moltiplicato 4

ND 10 March 07
S. era preoccupata che non mi piacesse, dopo aver visto almeno 20 case credo che l’abbiano presa anche un po’ per sfinimento. Ma a me il posto piace proprio invece, anche se dopo quasi una settimana a star dietro agli operai stamattina mi è preso un po’ lo sconforto (Ma’m, 3 days all done… e siamo a 2 settimane). In teoria oggi dovrebbero metterci le mattonelle sotto il lavello di cucina, ma l’operazione, come al solito, sembra titanica… c’è uno scolo dell’acqua e quindi le mattonelle vanno tagliate per lasciare il buco. Sembra facile! La discussione va avanti da tutta la mattina (è quasi mezzogiorno) e quando ho visto collegare la fresa alla presa senza spina ma direttamente coi cavi elettrici, ho temuto di stare per essere testimone di una morte bianca… fatto sta che la fresa è alla fine partita e da troppo ormai ne sento il rumore, ma ancora non oso andare a vedere il risultato.
Poi ci sarebbe da mettere a posto l’anta del nostro armadio a muro; dopo una quindicina di minuti di martellate, è finalmente arrivata la tautologia: “Sir, need changing”… Evidentemente è uscito il numero 3, diceva Frassica…
Dell’elettricista ancora nessuna traccia, e neppure del giardiniere, Mali, che appare e scompare come Houdini. Mali merita una menzione speciale: brizzolato, un metro e 50 scarso, pashmina e gilet logori, rigorosamente a piedi nudi quando va su e giù per il giardino, si è presentato sua sponte come il già giardiniere di Mr.G., il proprietario di casa. Professionale, porta 2 campioni di erba, a mio avviso esattamente uguali, che a suo dire avevano caratteristiche però diversissime e prezzi altrettanto diversi. Poi propone una serie di piantine ornamentali da mettere lungo il perimetro e infine spara il preventivo, 12 rupie al piede quadrato = 12000 rupie più un mensile di 6000 per venire tutti i giorni a curare il suo lavoro. Da come lo ha detto era evidente che non ci credeva nemmeno lui. Dal mitico Mr B ho appreso che in realtà un giusto prezzo per un giardiniere e di 500, 600 rupie e su quello, dopo scarsissima resistenza, ci siamo subito accordati. Ma il meglio è venuto con la misura del giardino… 1000 piedi quadrati, già ad occhio sembrava un’enormità, e così, armato di metro provvisto anche delle unità imperiali, branco Mali per una verifica. Imperterrito Mali a gesti indica di voler misurare le 2 diagonali e la mia perplessità, visto che stiamo parlando di un rettangolino quasi perfetto, non lo smuove. Finalmente lo dissuado, risultato: 20*24 piedi, meno della metà del previsto… Il basito Mali se ne va via con sole 5000 rupie, tornerà?