Seduto sul prato dei giardini davanti a casa, con Kina che mi razzola attorno, e gli sparvieri che sono tornati a volare bassi tra gli alberi, questa città multistrato mi appare stamattina ancora più stupefacente del solito. Il monsone dovrebbe essere ormai passato, la temperatura è piacevolissima, e la fine dell’asfissiante cappa di calore invita di nuovo all’esplorazione del mosaico cittadino.
A meno di un km in linea d’aria in direzione dello Yamuna c’è, per esempio, il quartiere di Nizamuddin, che deve il suo nome a quello del medievale santo Sufi che ha vissuto e predicato in quest’area a cavallo tra il 13esimo e il 14esimo sec. Visitare la zona può avere effetti diversi: S. ha sentito come insopportabile l’opprimente disagio della povertà, della sporcizia e del degrado incastonati tra zone residenziali e alberghi di lusso. Questo, sommato alla curiosità radiografica di decine di anime al passaggio di una donna occidentale, non le ha reso la cosa particolarmente piacevole. Provata, pur senza rimprovero, mi ha detto che ormai io invece sarei in grado di scavalcare cadaveri senza battere ciglio. Tuttavia siamo entrambi animati dalla stessa pulsione, ‘fare l’esperienza dell’India’ come dovere, forse perché abbiamo dentro stampate a fuoco le parole della Yourcenar: il mondo è una prigione, tanto vale sforzarsi di vederla tutta.
A Nizamuddin sopravvivono le vestigia di quella che è stata ai tempi la cultura prevalente della corte Moghul. E’ questa per antonomasia forse la città dei Djinn e dei Pir, dove ancora si parla Urdu, anche se a quanto pare non più nei modi raffinatissimi della corte di Zafar, ultimo regnante della casa di Timur.
Questo estremo bastione antropologico di Indo-Persia, conciliante, ancora poetico, è tristemente e irrimediabilmente decadente. E’ il quartiere più musulmano della città, ed esprime un sentire molto lontano da quello che i wahabhiti considererebbero l’ortodossia. La tomba del Derviscio presso la quale si fermavano sempre in preghiera gli eredi di Gengis Khan, è significativamente luogo di pellegrinaggio anche per gli Hindu. Polo mistico di canti, musica e poesia, è una fortunata icona di tolleranza a fronte di opposti estremismi.
Per arrivarci abbiamo dovuto inoltrarci scalzi tra i labirintici vicoli di una medina medievale, confrontandoci nel mentre con una galleria umana di raggelante miseria. Lungo il percorso obbligato di corridoi coperti si apre d’improvviso anche l’affaccio sulla piscina di un antico pozzo -al nostro passaggio un ragazzino ci sguazzava noncurante del putridume delle acque-; poco più avanti in una mini madrasa una quindicina di piccoli ascoltavano attenti un barbutissimo maestro; e alla fine, dopo un’ultima svolta, la luce ci ha investito dallo slargo dei qawwali.
Eccomi qui Hazrat Awlia, sono venuto anch’io, come hai scritto in uno dei tuoi versi, ‘alla fine della tua strada’…
A meno di un km in linea d’aria in direzione dello Yamuna c’è, per esempio, il quartiere di Nizamuddin, che deve il suo nome a quello del medievale santo Sufi che ha vissuto e predicato in quest’area a cavallo tra il 13esimo e il 14esimo sec. Visitare la zona può avere effetti diversi: S. ha sentito come insopportabile l’opprimente disagio della povertà, della sporcizia e del degrado incastonati tra zone residenziali e alberghi di lusso. Questo, sommato alla curiosità radiografica di decine di anime al passaggio di una donna occidentale, non le ha reso la cosa particolarmente piacevole. Provata, pur senza rimprovero, mi ha detto che ormai io invece sarei in grado di scavalcare cadaveri senza battere ciglio. Tuttavia siamo entrambi animati dalla stessa pulsione, ‘fare l’esperienza dell’India’ come dovere, forse perché abbiamo dentro stampate a fuoco le parole della Yourcenar: il mondo è una prigione, tanto vale sforzarsi di vederla tutta.
A Nizamuddin sopravvivono le vestigia di quella che è stata ai tempi la cultura prevalente della corte Moghul. E’ questa per antonomasia forse la città dei Djinn e dei Pir, dove ancora si parla Urdu, anche se a quanto pare non più nei modi raffinatissimi della corte di Zafar, ultimo regnante della casa di Timur.
Questo estremo bastione antropologico di Indo-Persia, conciliante, ancora poetico, è tristemente e irrimediabilmente decadente. E’ il quartiere più musulmano della città, ed esprime un sentire molto lontano da quello che i wahabhiti considererebbero l’ortodossia. La tomba del Derviscio presso la quale si fermavano sempre in preghiera gli eredi di Gengis Khan, è significativamente luogo di pellegrinaggio anche per gli Hindu. Polo mistico di canti, musica e poesia, è una fortunata icona di tolleranza a fronte di opposti estremismi.
Per arrivarci abbiamo dovuto inoltrarci scalzi tra i labirintici vicoli di una medina medievale, confrontandoci nel mentre con una galleria umana di raggelante miseria. Lungo il percorso obbligato di corridoi coperti si apre d’improvviso anche l’affaccio sulla piscina di un antico pozzo -al nostro passaggio un ragazzino ci sguazzava noncurante del putridume delle acque-; poco più avanti in una mini madrasa una quindicina di piccoli ascoltavano attenti un barbutissimo maestro; e alla fine, dopo un’ultima svolta, la luce ci ha investito dallo slargo dei qawwali.
Eccomi qui Hazrat Awlia, sono venuto anch’io, come hai scritto in uno dei tuoi versi, ‘alla fine della tua strada’…
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