Finalmente mi sono dedicato ad un’esplorazione un po’ più approfondita dell’hardcore di Delhi, vale a dire Shahjahanabadh e dintorni. Devo dire che però erano i tempi giusti, sono stato contento di scoprirmi infatti ormai del tutto rilassato anche nella calca, o quando affrontato da procacciatori di affari e questuanti. Poi ormai un po’ ho letto della storia della città e tutto vedendolo acquista un altro senso. Ho seguito gli itinerari raccolti in un libretto da 2 puntigliose sciure inglesi –solo loro del resto sarebbero state in grado di scrivere cose del tipo “è il 24esimo negozio sulla destra dal punto in cui ti trovi…”- che mi hanno guidato nel labirinto del bazar con precisione millimetrica. Ho cominciato con il tempio Jain che dà sul Forte Rosso ed è stata subito un’esperienza notevole. I Jaina sono del resto degli estremisti dell’etica, figurati se non ne rimanevo affascinato. A quanto ho capito, e spero di non scrivere eresie, non credono nell’intervento divino nella storia personale dell’individuo, per cui il processo di purificazione/liberazione e il cammino verso l’illuminazione è tutto personale. Non si pregano vere e proprie divinità, ma un insieme di 24 ‘santi’ che sono stati capaci di raggiungere il nirvana. L’Etica Jain ha come cardini una serie di concetti che hanno influenzato Gandhi in maniera evidente: il culto dell’Ahimsa - non-violenza, della Satya – verità, ma anche della Brahmacharya – castità e del Aparigraha – non-possesso, sono tutti elementi da lui applicati nella vita dell’Ashram e non solo, e in fondo sono i tratti per cui, ad un primo piano di conoscenza, viene di solito ricordato in Occidente.
Sulle antinomie dell’essere la filosofia Jain si fa ai miei occhi ancora oscura, e non oso certo scriverne qui qualcosa. E’ evidente però che i tratti esteriori del culto e la liturgia sono ciò che colpisce subito chi, come me, ne era ad oggi del tutto ignorante. Le offerte di riso, il ‘lavaggio’quotidiano dei Tirthankaras con il latte, la pasta di sandalo successivamente applicata, seguono un codice rituale elaborato e stratificato nei secoli che impressiona. A guardare l’accensione degli incensi pensavo quanto il trading floor del LSE fosse distante non solo nello spazio, ma anche nel tempo. A vivere qui mi si rinnova quasi quotidianamente la meraviglia di quanto in questo piccolo mondo si possa vivere in condizioni e sistemi di pensiero spudoratamente differenti.
Il percorso della distruzione dei kharma può essere affrontato con maggiore o minore radicalismo; al livello più alto di determinazione ci sono ovviamente i monaci, che dividono i Jain in 2 affascinanti scuole di pensiero: nel percorso di mortificazione e rinuncia l’abito è dagli uni concesso, ma esclusivamente di leggerissimo lino bianco, dagli altri è escluso che la liberazione non passi attraverso l’essere ‘vestiti di solo cielo’, ossia i monaci, secondo la fantastica espressione inglese, should only wear their birthday suit. Io ho negli occhi la figura di un imponente Buddha vivente, rasato e seduto su un essenziale scranno di legno, completamente assorto nella lettura di un minuscolo libriccino di scritture - la cui misura faceva quindi straordinario contrasto con la mole dell’uomo - e le cui sole reni, come per l’appunto prescritto, erano avvolte nel lino – un’ immagine d’antonomasia per il termine ‘fuori dal tempo’.
Sulle antinomie dell’essere la filosofia Jain si fa ai miei occhi ancora oscura, e non oso certo scriverne qui qualcosa. E’ evidente però che i tratti esteriori del culto e la liturgia sono ciò che colpisce subito chi, come me, ne era ad oggi del tutto ignorante. Le offerte di riso, il ‘lavaggio’quotidiano dei Tirthankaras con il latte, la pasta di sandalo successivamente applicata, seguono un codice rituale elaborato e stratificato nei secoli che impressiona. A guardare l’accensione degli incensi pensavo quanto il trading floor del LSE fosse distante non solo nello spazio, ma anche nel tempo. A vivere qui mi si rinnova quasi quotidianamente la meraviglia di quanto in questo piccolo mondo si possa vivere in condizioni e sistemi di pensiero spudoratamente differenti.
Il percorso della distruzione dei kharma può essere affrontato con maggiore o minore radicalismo; al livello più alto di determinazione ci sono ovviamente i monaci, che dividono i Jain in 2 affascinanti scuole di pensiero: nel percorso di mortificazione e rinuncia l’abito è dagli uni concesso, ma esclusivamente di leggerissimo lino bianco, dagli altri è escluso che la liberazione non passi attraverso l’essere ‘vestiti di solo cielo’, ossia i monaci, secondo la fantastica espressione inglese, should only wear their birthday suit. Io ho negli occhi la figura di un imponente Buddha vivente, rasato e seduto su un essenziale scranno di legno, completamente assorto nella lettura di un minuscolo libriccino di scritture - la cui misura faceva quindi straordinario contrasto con la mole dell’uomo - e le cui sole reni, come per l’appunto prescritto, erano avvolte nel lino – un’ immagine d’antonomasia per il termine ‘fuori dal tempo’.
Nessun commento:
Posta un commento