giovedì 29 gennaio 2009

Maximum City

URBS PRIMA IN INDIS recita la targa sulla Porta dell'India. E' anche l'Urbs Prima in Mundis, perlomeno in un settore, quello che costituisce il primo test di vitalita' di una citta': il numero delle persone che ci vivono. Con i suoi 14 milioni di abitanti, Bombay e' la citta' piu' grande su un pianeta di abitatori di citta'. Bombay rappresenta il futuro della civilta' urbana del pianeta. Che Dio ci aiuti.

Esordisce cosi' uno dei tanti astri nascenti della narrativa indiana, Suketu Mehta, nel libro, tutto dedicato alla sua citta', Mumbai, "Maximum City", che lo ha portato alla notorieta' qualche anno fa. Prosegue:

Bombay da sola versa il 38% del gettito fiscale del Paese. Bombay e' la citta' piu' grassa, piu' cinetica, piu' ricca dell'India. Potrebbe essere Bombay cio' che Krishna descrive nel X canto della Bhagavad Gita, quando il dio si manifesta in tutta la sua pienezza: "Io sono la morte che tutto divora, l'origine di tutte le cose a venire [...]. Io sono il gioco dei dadi degli ingannatori, dei gloriosi sono la gloria". Bombay degli eccessi. Maximum City.

Non stupisce dunque perche' non solo le modalita' del recente attacco alla Maximum City indiana - una vera e propria azione militare, di guerriglia terrorista, ben diversa dalle rudimentali esplosioni succedutesi, pur con un grave bilancio di vittime, negli ultimi sei mesi nelle principali citta' del subcontinente, Delhi inclusa - ma anche il target scelto, facciano parlare di questi recenti fatti come dell'11 settembre indiano. Ad essere colpito e' stato infatti in primis il simbolo di Mumbai, il Taj Mahal, costruito di fronte a quella Porta dell'India eretta dagli inglesi nel 1927 per commemorare l'arrivo, sedici anni prima, di Giorgio V, ma che testimonio' soprattutto la partenza definitiva degli inglesi dall'India nel 1947. E costruito dall'antenato del piu' noto industriale indiano, Ratan Tata, a dispetto del management coloniale dell'allora adiacente albergo, che non lo aveva voluto ospitare. Gli inglesi amavano dire che dalla poppa delle navi che abbandanovano Mumbai per tornare a casa, si godesse il panorama piu' bello dell'India: a parlare non erano solo lo humor britannico e la nostalgia di casa.

In generale, ad essere colpita e' stata la parte piu' dinamica, moderna, ricca di Mumbai; il distretto finanziario che ospita gli headquarters dei colossi che fanno meglio promozione al fortunato slogan governativo della shining India, vale a dire Tata, Mittal, Infosys, i gruppi che acquisiscono quando il mondo svende. Il colonizzato che si compra i simboli industriali del colonizzatore (Tata che compra Jaguar!). Ed e' anche la parte della citta' dove piu' si concentrano gli occidentali li' residenti o di passaggio; vuoi per alloggiare al Taj o all'Oberoi, vuoi per una colazione leggera o un pranzo lussuoso per lasciarsi alle spalle il ricordo delle infinite distese di baracche che fanno dello slum di Mumbai il piu' grande dell'Asia e il primo biglietto da visita della citta' (si snoda fino alla pista dell'aeroporto), mentre coccolati dal zelante personale dell'hotel, ci si dice semplicisticamente ma senza sbagliare, che "si', davvero, l'India e' il Paese dei contrasti".

Io cerco di andare a Mumbai (come i nazionalisti indu' l'hanno ribattezzata, qualche anno fa, a far tabula rasa di quel retaggio portoghese, "Bon Bahia", quasi a volersene riappropriare dalla storia) piu' spesso possibile. Ogni volta, con le sue piazze, il suo arredo urbano, la sua conformazione, la sua vitalita', e' capace infatti di farmi esclamare, con un pizzico di invidia, che quella si', e' una vera citta', a differenza di Delhi: un assembramento di ministeri, viali alberati e rotonde, ma privata dalla partition della sua anima piu' raffinata, quella moghul, e pianificata dagli inglesi senza un centro vero e proprio, se si esclude la scimmiottatura dei Campi Elisi parigini (il Rajpath, che collega l'India Gate al Palazzo presidenziale). E cosi' a Bombay mi sento un po' piu' vicina a cio' che intendo per casa. Ma e' soprattutto la Marine Drive, nota anche come la collana della Regina (di notte i lampioni si illuminano lungo la baia dando l'impressione di tante perle in fila), la 'vasca' di Mumbai sul Mare Arabico, cio' che piu' da apertura e respiro alla citta'. E sulla riva ti accoglie l'hotel Taj, quasi che la Porta dell'India sia una prima hall dell'albergo.

Penso al personale degli alberghi: e' stato eroico. Proveniente dalle piu' disparate parti dell'India (Assam, Gujarat, Bihar, etc.) ha pagato piu' di tutti in termini di vite umane, spesso ha fatto scudo agli ospiti, salvando loro la vita, e ha guidato la polizia e le forze speciali per i corridoi, a stanare i terroristi. Il manager del Taj ha perso moglie e due figli. Il manager dell'Oberoi non esitava a portare di persona bottiglie di acqua a ostaggi in difficolta'. Ratan Tata, commosso, ha commentato: we must stand together, shoulder to shoulder as citizens of India, and rebuild what has been destroyed. Shoulder to shoulder. Non ho dubbi che il Taj verra' ricostruito in fretta, tornando al suo antico splendore.

Non mi addentro nella cronaca, gia' ampiamente coperta dai canali di informazione nostrani. Un commento da qua pero' si impone: ce lo si aspettava, ma non in questa forma. Una ventina di terroristi arriva via mare a Mumbai, dirotta un peschereccio, sbarca su gommoni sulla spiaggia in pieno centro, si divide in taxi seminando il terrore per la citta' con armi da fuoco e granate, apre il fuoco alla stazione facendo 50 vittime, come diversivo spara su ospedali e dentro ad un pub e si asserraglia nei due principali hotel della citta', prendendo ostaggi (il Taj Mahal e' stato tenuto in scacco da 5 terroristi, per tre giorni!). Le forze speciali da Delhi arrivano solo dopo 10 ore. Il tassista sbaglia la strada per l'aeroporto (doveva essere un altro bersaglio) e salta in aria ad un semaforo nel mezzo del nulla.
Eccovi un’altra faccia della Shining India, con tutta la sua proverbiale organizzazione. Neanche i telegiornali indiani riescono a dare la notizia in tempo reale. Ecco il Paese al quale in occidente piace tanto guardare con ammirazione e timore, associato alla Cina nel termine "Chindia", ad intendere un futuro radioso che sposta li' il baricentro del mondo. Ecco l'India dove un complesso di inferiorita' mai sopito (retaggio ovvio del passato coloniale) fa cortocircuito con una presunzione da potenza che si crede egemonica e che aspira a sedere nei maggiori conclavi internazionali (ONU, G8..), e dove la realtà è spesso smarrita. Eccoli, gli indiani, sempre li' a proiettarsi in un futuro che li vede trionfatori: un manipolo di giovani attentatori li riprende per il colletto, e li riporta nel presente, ad interrogarsi su di se'.

Tanto si e' scritto sulla responsabilita' degli attentati. Per anni l'establishment indiano ha negato l'esistenza del fenomeno qaedista entro i propri confini. Agli occhi indiani il terrorismo ha infatti un solo artefice: l'ISI, il servizio segreto militare pakistano, capace di giocare sulla disponibilita' di una vasta rete di basisti nel paese. Proprio sulla marginalizzazione socio-culturale e sulla inferiorita' economica si fonda, non del tutto a torto, la rabbia dei musulmani in India, e questo costituisce terreno fertile per movimenti eversivi di carattere locale, alimentati per di piu' dall’emergere di gruppi acculturati ed ideologicamente estremizzanti, specie fra i giovani. Difficile del resto escludere le responsabilita' pakistane (al di la' di una certa dietrologia bizzarra, che ci vedrebbe lo zampino pre-elettorale indu'!): il dato parrebbe suffragato dalla testimonianza dell'unico attentatore sopravvissuto e dalla provenienza stessa degli attentatori. La tesi di questa o quella sigla locale (siano essi i Deccan Muhjaedeen, o gli scalcinati Indian Muhjaedeen dei passati attentati), legata all'ISI, parrebbe non convincere comunque del tutto per comprendere un attacco di tale portata: se non facesse ridere, direi quasi che e' stato tutto troppo organizzato per essere indiano (o indo-pakistano)! La novita' di questo attacco - e' lampante - e' proprio quella di rappresentare il segnale di una accresciuta capacita' di coordinamento a distanza, secondo modalita' organizzative tipiche del terrorismo qaediste. Non forse Al Qaeda tout-court: diciamo piuttosto che Al Qaeda sfrutta la globalizzazione e si da' all'outsourcing… E chissa' che la logistica non sia venuta anche dagli uomini della D-Company – l’organizzazione criminale guidata dal padrino musulmano della mafia di Mumbai, Dawood Ibrahim. Se avete letto "Giochi Sacri" (la "Gomorra" indiana, e non ha caso recentemente il suo autore, Vikram Chandra, ha incontrato Roberto Saviano, per la serie: "da Scampia a Napoli"), il dubbio vi sfiora. Ne' sorprende che gli indiani abbiano ripreso in queste ore a chiederne la testa ai Pakistani: si ritiene infatti che viva a Karachi protetto dall'ISI, i servizi segreti pakistani.

Cui prodest? In primis, sembra scontato, a chi non ha nulla da guadagnare dal riavvicinamento indo-pakistano perseguito negli ultimi mesi, e voluto fortemente da Washington. Un riacutizzarsi della tensione tra i due storici nemici, con tanto di minaccia di spostamento di truppe pakistane sul confine orientale, distrae soprattutto l'attenzione e le forze pakistane dal confine orientale, vale a dire l'Afghanistan. Ma non mi addentro in analisi politiche su cui si sta scrivendo molto, se non per dire che l'uomo comune, il cittadino di Mumbai, qua ora e' parecchio arrabbiato. E il dato sorprende, perche' la reazione a questi eventi si limita in genere all'indifferenza (sara' che a Mumbai anche la coscienza civica e' piu' sviluppata?). Prima che con il Pakistan e i suoi servizi segreti deviati, il mumbai-wallah ce l'ha con la classe dirigente a Delhi, che per l'ennesima volta non l'ha saputo difendere e si e' fatta sbeffeggiare da un manipolo di kamikaze.
Il Ministro degli Interni e' stato cacciato, secondo il perfetto manuale della politica. Temo non bastera' e la grande democrazia indiana, per il tramite delle imminenti elezioni, potrebbe tornare preponderante a schiacciare il freno sull'acceleratore. Come scriveva Mehta: che Dio ci aiuti.

Resta un grande dispiacere, per un Paese che avra' i suoi problemi ed i suoi limiti, ma non merita la disgrazia collettiva. Il "prossimo in India non esiste", scrisse qualcuno, e' la stessa morale indu' a pretenderlo (che dire della costruzione castale...): in parte e' vero, e credo che anche in virtu' della sua proverbiale indifferenza, mista a fatalismo, nuovamente l'India sapra' superare questo momento, e lo fara' anzi con una velocita' che ci sorprendera', salvo ricascarci, indifendibile quale e' - e quale non puo' che essere - alla prossima bomba.

Restiamo testimoni dei destini di questo Paese che ci ospita e ad essi restiamo a nostra volta legati, poco sorpresi e non troppo intimoriti, ma un po' piu' tristi senz'altro.


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